Vittorio Alfieri - Opera Omnia >>  Del principe e delle lettere




 

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D E L  P R I N C I P E  E  D E L L E  L E T T E R E


Secordiam eorum inridere libet, qui præsenti potentiâ
credunt extingui posse etiam sequentis ævi memoriam
.
TACITO, Annali, Libro IV.


... Virtus, et summa potestas non coëunt.
LUCANO, Libro VII, Verso 444.



P R E F A Z I O N E

   Pareami, in sogno, al sacro monte in cima
venir per l'aure a voi sovr'ali snelle
fra il coro delle vergini sorelle,
Per cui l'uom tanto il viver suo sublima.

   Qui t'abbiam tratto, (a me dicea la prima)
non perché invan del tuo volar ti abbelle,
ma perché appien, quanto il saprai, scancelle
un rio volgar parer, che mal ci estima.

   Sia malizia, o ignoranza, o sia viltade,
Giove per padre ognun ci dà; ma tace,
che vera madre nostra è Libertade.

   Tu vanne, e dillo, espertamente audace,
in suon sì forte, che in più maschia etade
vaglia a destar chi muto schiavo or giace.




LIBRO PRIMO


AI PRINCIPI CHE NON PROTEGGONO LE LETTERE.

La forza governa il mondo, (pur troppo!) e non il sapere: perciò chi lo regge, può e suole essere ignorante. Il principe dunque che protegge le lettere, per mera vanità e per ambizioso lusso le protegge. Si sa, che le imprese mediocri vengono a parer grandi in bocca degli eccellenti scrittori; quindi, chi grande non è per se stesso, ottimamente fa di cercare chi grande lo renda.

Ma, tutti gli uomini buoni si debbono bensì dolere, e non poco, che queste penne mendaci si trovino, ed anche a vil prezzo; e che spesso i più rari ed alti ingegni si prostituiscano a dar fama ai più infimi; e che, in somma, tentando d'ingannare i posteri, gli scrittori disonorino la loro arte e se stessi.

Principi, che non proteggete le lettere, a voi indirizzo questo primo mio libro, che specialmente tratta dell'aderenza principesca coi letterati. A dedicarvelo mi trae una vera e piena gratitudine: poichè, non corrompendo voi scrittori di specie nessuna, schiettamente pervenite a mostrarvi tali appunto quai siete, sì alle presenti, che alle future età; se quelle pur mai nominare vi udranno.



CAPITOLO PRIMO

Se il principe debba protegger le lettere.

Protezione, onori, incoraggimenti, mercede; odo per ogni parte gridare dalla ingorda turba, che delle sacre lettere (come d'ogni più rea cosa) vuol traffico fare e guadagno. Ma, che altro per lo più da queste grida ridonda, se non la viltà del chiedere e l'obbrobrio delle ripulse?

Risponde il principe: Che i letterati sono inutili al ben pubblico (il quale da lui vien tutto riposto in se stesso); che riescono talvolta dannosi e nocivi alla perfetta obbedienza, come indagatori di cose che debbono rimanere nascoste; e che ad ogni modo sono i letterati più assai da temersi che non da pregiarsi.

Io mi propongo di trattare profondamente, per quanto il saprò, queste politiche questioni qui accennate. E da prima, investendomi io, per quanto il potrò, del pensare del principe, anderò investigando in questo primo libro le ragioni che militano in lui a favore e contro alle lettere; e se debba egli quindi proteggerle, o no.



CAPITOLO SECONDO

Cosa sia il principe.

Ma, prima d'ogni altra cosa, per intendersi, e spiegarsi, mi par necessario il definire esattamente le due parole, che saranno per così dire il continuo perno di questo trattato. E, dovendo io definire cosa intender si voglia per principe; dico, che ai tempi nostri la parola PRINCIPE importa: Colui, che può ciò che vuole, e vuole ciò che più gli piace; nè del suo operare rende ragione a persona; nè v'è chi dal suo volere il diparta, nè chi al suo potere e volere vaglia ad opporsi.

Costui, che in mezzo agli uomini sta come starebbe un leone fra un branco di pecore, non ha legami con la società, se non quelli di padrone a schiavo; non ha superiori, nè eguali, nè parenti, nè amici; e, benchè abbia egli per inimico l'universale, le forze tuttavia sono tanto dispari stante l'opinione, che si può anche asserire che egli non abbia nemici. Costui non si crede di una stessa specie che gli altri uomini; e veramente troppo diverso dee credersi, poichè gli altri tutti, che hanno pure (quanto all'apparenza almeno) e faccia e atti e intendimento umano, soggiacciono a lui ciecamente, e nell'obbedirlo fan fede ad un tempo e della loro inferiorità, e della di lui maggioranza. Costui, per lo più poco avvezzo a ragionare, e molto meno a pensare, non conosce e non prezza altra distinzione fra gli uomini, che la maggior forza: e non la forza di corpo, (che egli per se non ne ha niuna) ma la forza che sta nella opinione dei molti uomini esecutori venduti delle principesche volontà. Il principe vede soggiacere a lui qualunque merito, qualunque dottrina, qualunque virtù, che in eminente grado distinguano l'un uomo dall'altro: il dotto non meno che l'ignorante, il coraggioso non men che il codardo, il fortissimo non men che il più debole; tutti egualmente egli vede tremare di lui: quindi, senza sforzo veruno d'ingegno, il principe fra se stesso conchiude, (e ottimamente conchiude) che l'uomo veramente sommo è quel solo, che comanda e atterrisce un maggior numero d'altri uomini.

Posato questo principio, giustissimo nel capo di chi regna, verrà dunque il principe a stimare se stesso sopra ogni cosa, e ad accarezzare, e proteggere infra il suo branco quei soli che più l'obbediscono, e che più s'immedesimano nelle di lui opinioni.



CAPITOLO TERZO

Cosa siano le lettere.

Ma, che sono elle le vere lettere? Difficilissimo è il ben definirle: ma per certo elle sono una cosa contraria affatto alla indole, ingegno, capacità, occupazioni, e desiderj del principe: e in fatti nessun principe non fu mai vero letterato, nè lo può essere. Or dunque, come può egli ragionevolmente proteggere, e favorire una sì alta cosa, di cui, per non esserne egli capace, difficilissimamente può farsi egli giudice? E se giudice competente non ne può essere, come mai rimuneratore illuminato può farsene? per giudizio d'altri. E di chi? di chi gli sta intorno. E chi gli sta intorno?

Se le lettere sono l'arte d'insegnar dilettando, e di commuovere, coltivare, e bene indirizzare gli umani affetti; come mai il toccare ben addentro le vere passioni, lo sviluppare il cuore dell'uomo, l'indurlo al bene, il distornarlo dal male, l'ingrandir le sue idee, il riempirlo di nobile ed utile entusiasmo, l'inspirargli un bollente amore di gloria verace, il fargli conoscere i suoi sacri diritti; e mille e mille altre cose, che tutte pur sono di ragione delle sane e vere lettere; come mai potranno elle un tale effetto operare sotto gli auspicj di un principe? e come le incoraggirà a produrlo, il principe stesso?

L'indole predominante nelle opere d'ingegno nate nel principato, dovrà dunque necessariamente essere assai più la eleganza del dire, che non la sublimità e forza del pensare. Quindi, le verità importanti, timidamente accennate appena qua e là, e velate anche molto, infra le adulazioni e l'errore vi appariranno quasi naufraghe. Quindi è, che i sommi letterati (la di cui grandezza io misuro soltanto dal maggior utile che arrecassero agli uomini) non sono stati mai pianta di principato. La libertà li fa nascere, l'indipendenza gli educa, il non temer li fa grandi; e il non essere mai stati protetti, rende i loro scritti poi utili alla più lontana posterità, e cara e venerata la loro memoria. Fra i letterati di principe saranno dunque da annoverarsi Orazio, Virgilio, Ovidio, Tibullo, Ariosto, Tasso, Racine, e molti altri moderni, che sempre temono che il lettore troppo senta quando vien loro fatto di toccare altre passioni che l'amore. Ma, que' tuoni di verità, i quali, perchè pajono forse meno eleganti, sono assai meno letti, e che essendo più maschi, più veritieri, incalzanti, e feroci, sono assai meno sentiti dall'universale, perchè appunto fan troppo sentire; quelli non sono mai di ragione di principe. Tali in alcuna o in tutte le parti sono, per esempio: Demostene, Tucidide, Eschilo, Sofocle, Euripide, Cicerone, Lucrezio, Sallustio, Tacito, Giovenale, Dante, Machiavelli, Bayle, Montesquieu, Milton, Locke, Robertson, Hume, e tanti altri scrittori del vero, che se tutti non nacquero liberi, indipendenti vissero almeno, e non protetti da nessuno.



CAPITOLO QUARTO

Qual fine si proponga il principe, e quale le lettere.

Se comunanza può esservi, amistà, concordia, e legami fra gli uomini, la parità del fine che si propongono, e la reciprocità d'interesse, li generano sole e mantengono.

Ma, che pari siano il fine e l'interesse del principe, e quelli del vero letterato, chi asserirlo ardirebbe? Vuole, e dee volere il principe, che siano ciechi, ignoranti, avviliti, ingannati ed oppressi i suoi sudditi; perchè, se altro essi fossero, immediatamente cesserebbe egli di esistere. Vuole il letterato, o dee volere, che i suoi scritti arrechino al più degli uomini luce, verità, e diletto. Direttamente dunque opposte sono le loro mire. Si propone il principe per fine dell'arte sua la illimitata ed eterna potenza; mista di gloria, se gli vien fatto; se no, a ogni modo potenza ed impero. Il letterato null'altro si propone (nè proporre si dee) se non se schiettissima gloria; ed ogni altra cagione che il muova, lo toglie tosto dalla classe dei veri letterati. Alla pura e intera gloria di scrittore necessariamente va annesso l'utile dei più; perchè senza esso non basta il solo diletto a procacciar vera gloria. Ora, l'utile dei più, manifesta cosa è che egli non può essere mai l'utile del principe, il quale d'altro non sussiste, se non della cecità e danno dei più. Sono dunque costoro, per necessaria conseguenza dell'arte loro, amici degli uomini gli uni, nemicissimi gli altri: in nulla quindi non possono, nè debbono, tra lor concordare.

Ma, qual ragione pure li riunisce sì spesso? desiderio di gloria non meritata, nei principi; desiderio di falsi onori e di ricchezze non lecite, nei letterati. Quelli, col mendicare i non dovuti encomj, manifestano a tutti che sono appieno convinti in se stessi di non gli aver meritati: questi, col procacciarsi le ricchezze non necessarie, o gli infamanti onori, si manifestano indegni dell'alto incarico di giovare all'universale col loro ingegno.



CAPITOLO QUINTO

In qual modo i letterati protetti giovino al principe.

Ma pure, poichè al principe oltre ogni cosa rileva il parer buono, più ch'esserlo, gran mezzo si è, per ottener tale intento, il tenersi dintorno, il premiare, onorare, e proteggere scrittori d'un qualche merito, che lo pongano in fama; e che ne abbiano già acquistata una tal quale a se stessi, o con opere, o con parole, o con impostura: che questa, per alcun tempo, equivale al merito vero, se pur non lo supera.

Gli uomini grandi davvero, in ogni età e contrada rarissimi nascono: ma quei mediocri, che con indefesso studio acquistatasi una certa felicità di stile, son giunti a farsi leggere ed ascoltare, abbondano oggi giorno in ogni colto paese d'Europa; e sono questi la base della letteratura cortigiana. Se sorge alcuno scrittore più grande di loro, dottissimi sono costoro nell'arte di tenerlo talmente avvilito, che talvolta dalla impresa il rimuovono, se non è in lui un Iddio, che lo spinga a viva forza innanzi contra ogni ostacolo.

Il principe, per naturale sua indole, pende sempre maggiormente per i mediocri; o come più vicini alla capacità sua, e perciò meno offendenti la sua ideale superiorità; o come più arrendevoli al tacere, o al parlare a modo suo. Ma pure, anche i grandissimi ingegni, per onta loro e dei tempi, si sono spesse volte imbrattati fra il lezzo delle corti: e quel principe protettore dovea tacitamente in se stesso applaudirsi, e non poco, di aver loro scemata co' doni ed onori quella preziosa libera bile, che sola è madre d'ogni bell'opera. Accorto dunque, e veramente saputo è quel principe, che non meno protegge i sommi letterati che i mediocri: perchè dai mediocri ne ottiene per se quella glorietta, che è la giusta misura del merito sua, poich'egli se ne appaga; dai grandi ne ottiene spessissimo il disonor di se stessi, o almeno la tregua di quella loro guerra, che gli arrecherebbe danno assai più, che utile non gli arrechi lo smaccato lodar di quegli altri.



CAPITOLO SESTO

Che i letterati negletti arrecano discredito al principe.

Glorietta dunque, e splendore, e lustro, e quiete arrecano al principe i letterati protetti: ma negletti, gli apportan discredito. Nel sistema presente della nostra Europa, quasi tutti i principi mantengono degli accademici, non altrimenti che due secoli addietro soleansi mantener dei buffoni, di cui però assai più si valevano. Quindi un principe che trascuri le lettere, corre rischio oggidì, che un qualche suo suddito letterato e negletto da lui, non cerchi, e ritrovi pane ed onori in casa d'altro principe; del che a lui sarà per tornarne grand'onta. Gli uomini, sempre ciechi, sempre leggieri al credere, e paghi di quel che pare, sono presti tutto dì a dar lode a quel principe, il quale, non si valendo in nulla dei letterati, e in ogni cosa operando il contrario di quello che van predicando le lettere, le oltraggia perciò maggiormente col proteggerle, nutrirle, e ogni giorno svergognarle. Alla pubblica voce del volgo fanno eco i letterati stessi, i quali, parlando di cosa che li tocca da presso, non vogliono schiettamente dire la verità. Eppure, ben pesato il tutto, qual più atroce insulto può egli farsi alle lettere, che di pascerle ed impedirle? Ma, certamente, se i letterati negletti pongono il principe moderno in discredito, conviene pur anche confessare che i letterati protetti pongono se stessi in un discredito assai maggiore; e più fatale di tanto, che alla sublimità dell'arte loro una tal protezione può nuocere e nuoce, senza che alla mediocrità del principe proteggente quasi niuno accrescimento ne ridondi. Del che nel secondo libro mi riserbo a ragionar lungamente.



CAPITOLO SETTIMO

Che i letterati perseguitati riescono d'infamia e danno al principe.

Che dirò poi del principe, che, non pago di lasciargli alla necessità, li perseguita? Egli si apparecchia molta infamia, e molto più danno. Se le cose deboli per se stesse (o almeno di una forza non palese a tutti, come lenta e lontana), possono pure mai nuocere al potente, l'unico mezzo affinch'elle nuocano, si è lo inimicarle, mostrando di temerle. Gli uomini per natura inclinano dalla parte del debole; e gli oltraggi fatti dal principe all'universale sono già tanti, che a farsi egli biasimare e abborrire, ci vuole assai meno che il perseguitar letterati. Ma, dirà il principe: « Mi biasimino in voce costoro; poco, e sommessamente il faranno: ma, se io non gli opprimessi, o cacciassi, o affliggessi, mi biasimerebbero in iscritto, il che sarebbe assai peggio ». E molto bene ragionerebbe costui, se alcun cantuccio non rimanesse sul globo, donde il letterato potesse poi, ricovratosi in sicurtà, scagliare contr'esso di ogni sorta scritti, e ridersi dei suoi fulmini. Ma, poichè pure un tale asilo vi rimane in Europa, quale altro guadagno farà egli il principe nel costringere il letterato a rifugiarvisi, fuorchè la vergogna di manifestare in quale brevissimo cerchio il suo potere si confini?

Visto dunque lo stato presente delle cose, politica sana e savia nel diciottesimo secolo, e adattabile ad ogni principe e grande, e piccolo, e mediocre, sarà il proteggere, il pascere, e premiando avvilire gli scrittori; e togliere così il valore e la fama alle lettere, coll'infamarne preventivamente i prezzolati artefici.



CAPITOLO OTTAVO

Che il principe, quanto a se stesso, dee poco temere chi legge, e nulla chi scrive.

Ma, il timore dovendo pur sempre essere la tacita norma di ogni uomo, che sotto qualunque titolo ne costringa ad arbitrio suo molti altri; dico, e spero di provare, che anco lo stesso timore dovrà indurre i moderni principi a non perseguitare i letterati, altrimenti che coi loro doni, e col loro proteggente disprezzo.

Gli scrittori, per quanto esser possano caldi, ed anche entusiasti, rarissimamente sono da temersi per se stessi; o sia, perchè la loro vita molle e sedentaria li rende poco atti all'eseguire, o tentare azioni grandi; o sia, perchè lo sfogo del comporre indebolisce nella massima parte e minora il loro sdegno. Da temersi dunque sarebbero soltanto i loro scritti nella persona dei diversi loro lettori. Ma, in questo secolo, in cui pur tanto si legge e si scrive, esaminiamo rapidamente quali siano coloro che leggono; e quali scritti, e in qual modo, si leggano. Quale animo vediamo noi, infiammato da quei tanti generosi tratti di storia antica, dar segno di averne ricevuto una profonda impressione, col fare, o dire, o tentare, o almeno caldissimamente lodare alcuna di quelle imprese alte e memorabili, che dai moderni col freddo e vile vocabolo di pazzie vengono denominate? Ma, poniamo anco, che tali cose si vadano pure leggendo, e con qualche frutto; chi è, che le legge? non il popolo, che appena sa leggere; che, sepolto nei pregiudizj, avvilito dalla servitù, fatto stupido dalla povertà, non ha nè tempo, nè mezzi, nè ajuti, per imparare a discernere i suoi proprj diritti: ed egli pur solo potrebbe farli valer, conoscendoli. Leggono adunque veramente nel principato i pochi uomini rinchiusi nelle città; e fra questi, il minor numero di essi; cioè quei pochissimi, che non bisognosi di esercitare arte nessuna per campare, non desiderosi di cariche, non adescati dai piaceri, non traviati dai vizj, non invidiosi dei grandi, non vaghi di far pompa di dottrina, ma veramente pieni di una certa malinconia riflessiva, cercano ne' libri un dolce pascolo all'anima, e un breve compenso alle umane miserie; le quali forse assai più vivamente vengono sentite da chi il minor danno ne sopporta. E così fatti lettori (a questi soli attribuisco io un tal nome) che non sono uno in dieci mila, spaventare potrebbero il principe?

Leggere, come io l'intendo, vuoi dire profondamente pensare; pensare, vuol dire starsi; e starsi, vuol dir sopportare. Si esamini la storia, e si vedrà, che i popoli tutti ritornati di servitù in libertà, non lo furono già per via di lumi e verità penetrate in ciascuno individuo; ma per un qualche entusiasmo saputo loro inspirare da alcuna mente illuminata, astuta, e focosa: e neppur quella era una mente seppellita nell'ozio degli studj, ma pensante per se stessa; e di quel pensare che nasce da un sentimento naturale e profondo; forse risvegliato da un tratto di tale, o tal libro, ma non mai accattato dai molti di essi. Ed in fatti; Giunio Bruto, Pelopida, Guglielmo Tell, Guglielmo di Nassau, Washington, e altri pochi grandi che idearono od eseguirono rivoluzioni importanti, non erano letterati di professione. Crederei anzi, (e l'effetto finora me lo dimostra vero, pur troppo!) che i lumi moltiplicati e sparpagliati fra i molti uomini, li facciano assai più parlare, molto meno sentire, e niente affatto operare. Si parla e si legge e si scrive in Parigi; e ci si obbedisce pure finora, quanto e più che a Costantinopoli, dove nessuno scrive, e pochi san leggere. Ma pure, fra' Turchi, come in ogni altro asiatico dispotismo, sorge di tempo in tempo un tal capo, che nessuna altra dottrina conoscendo, fuorchè le leggi di natura fortemente sentite, dice con energica rozzezza a molti di quegli idiotissimi uomini: « Questo nostro principe è irreligioso; è tiranno; non è guerriero; si deponga, si uccida ». E spesso viene egli e deposto, ed ucciso.

Non nego però, che a lungo andare, lo spirito dei libri non s'incorpori, direi così, nello spirito dei popoli che nella loro lingua gli hanno; e penetra questo spirito in tutti gl'individui, o sia per tradizione, o sia per lettura effettiva, o sia per lo diverso pensare che si va facendo strada nel discorrere familiarmente; e penetra a tal segno, che in capo a qualche secolo si trova poi mutata affatto l'opinione di tutti. Ma, colla stessa lentissima progressione, si trovano poi anche mutati i mezzi e l'arte del comandare; e gli uomini (pur troppo!) non si vengono niente meno di prima a tener sotto il freno da chi conoscere li sa e prevalersene.

Parmi adunque, che i principi moderni, visto i progressi non impedibili oramai delle lettere, non abbiano perciò a perseguitare i letterati, perchè invano il farebbero: ma, che sapendo essi serpeggiare fra loro, e, per così dire, innestarseli, potranno forse riuscire a rendere col tempo le lettere non essenzialmente contrarie alla somma della loro illimitata autorità, ed appena debolmente sfavorevoli a un certo eccessivo modo di esercitarla.



CAPITOLO NONO

Che gioverebbe al principe di estirpar le lettere affatto, potendo.

Se un solo principe vi fosse su questo globo; o se nessun altro governo vi fosse, che il principesco; o se qualche isola così ben guardata vi fosse, da cui nessun uomo uscire, nè alcuno entrar vi potesse; credo che in questi tre casi, il principato potrebbe con suo manifesto vantaggio proscrivere ogni lume di lettere, e ogni qualunque libro, che non insegnasse il servire. Non si può mettere in dubbio, che l'uomo che si trova soggetto, non vuole per natura obbedire, se non il meno ch'ei può; e così, quello che si trova sovrano, vuol comandare il più ch'egli può. Al principato dunque gioverebbe moltissimo la totale cecità e ignoranza dei sudditi tutti: nè mi par questa una proposizione che abbisogni di prove. Ma dico di più: che in un tale stato di cose, la ignoranza perfetta dei sudditi gioverebbe al principe assai più, che non possono nuocergli nello stato presente i tanti lumi, che a noi pare d'avere. E di quanto asserisco, ne trovo la prova nei fatti. Malgrado questi nostri tanti lumi, malgrado che da molti di noi ben si sappia che ogni autorità illimitata non può avere altra base che la nostra debolezza, e non mai l'altrui forza, poichè nessun uomo ne ha tanta in se stesso da poter tutti sforzare; ogni giorno pure, e ad ogni capriccio da noi ciecamente si obbedisce tacendo. Al contrario, nei paesi di perfetta ignoranza, l'autorità assoluta vien riputata, o di dritto divino, o privativa di quella tale stirpe, o necessaria e inerente alla natura dell'uomo; e quindi ogni fantasia del dominante viene senza mormorare accettata, come giusta, inviolabile, e sacra legge. Certo è, che per gli animi volgari, più queta e secura cosa riesce il comandare a chi non dubita punto se obbedire si debba: ma, questo prezioso dubbio, trasmesso alle nazioni moderne europee per via dei libri antichi, non si può da nessun principe con niuna forza estirpare del tutto. Ed in fatti, per quanto siano mai state perseguitate, o si perseguitino le lettere e i letterati, non si potrà però mai annichilare un Tacito; e questo solo è più che bastante per rivelare agli uomini ogni segreto dell'arte principesca. Mi pare dunque chiarissima cosa, che il tentare d'impedire a mezzo ogni seme di vera letteratura, non sia nè prudenza, nè ragione, nè astuzia, nel moderno principe. Nel mostrare egli di molto temere ciò che l'effetto e l'esperienza debbono avergli insegnato oramai che poco si dee temere da chiunque lo sa deviare, il principe non accresce di nulla la propria sicurezza; ma bensì in molto maggior dose si va egli procacciando in tal guisa e l'odio e il disprezzo di tutti.

Maometto secondo, nell'impadronirsi d'Alessandria fece ardere tutti i libri raccolti dai Tolomei, come inutili per chi sapeva obbedire, e dannosissimi per chi nol sapeva. Ma molti secoli innanzi, quegli stessi Tolomei regnando assoluti in Egitto; molti secoli dopo, Lodovico decimoquarto, e assai altri principi, regnando assoluti in Europa, premiarono pure ed onorarono infiniti scrittori. Ora io domando: Que' Tolomei in Egitto, questi Luigi, o Carli, o Franceschi in Europa, volevan eglino esser meno obbediti, che quel Maometto? nol credo: ma stimavano essi, che alla obbedienza dei sudditi, o niente, o pochissimo nuocessero e gli scrittori, ed i libri.

Né i principi nostri, in ciò credere, s'ingannavano punto, visto i moderni tempi ed i costumi europei. Questi nostri costumi, che ogni cosa a mezzo ci danno; che coll'educazione indeboliscono sempre a metà la natura, e colla metà della rimanente natura corrompono e annichilano spesso quanto avrebbe operato la educazione; questi stessi costumi, dai quali non può andare esente il principe, poichè vi è nato egli pure, lo costituiscono un ente, che non si accorda mai con se stesso. Ed in fatti, egli riunisce contradizioni massime e perenni; egli vorrebbe e non vorrebbe; egli è feroce, ed umano; despota, e privato; e mille altre cose miste, e contrarie tutte fra loro: da cui nondimeno sempre ne risulta l'intero nostro obbedire e tremare; e il non esser noi, per dir vero, nè Egiziani nè Turchi, ma nè tampoco Romani, nè Greci.



CAPITOLO DECIMO

Non potendo il principe estirpare affatto le lettere, gli giova parerne il rimuneratore, e l'appoggio.

I viaggi, il commercio, e l'arte del cambio, hanno emancipato per così dire gli abitatori d'Europa: quindi i nostri padroni e pedagoghi politici non ci possono più tenere come bambini del tutto. In oltre, il rimanervi alcuna picciola parte d'Europa, in cui l'uomo nasce, o libero, o meno oppresso, sforza anche i più risoluti oppressori ad osservare alcuni indispensabili risguardi coi sudditi. In questo stato di cose, facilmente (pur troppo pe' principi) si promulgano le opinioni diverse, e si estendono rapidamente in Europa, allorchè da eccellenti uomini vengono poste in iscritto. L'amore di novità, l'ozio, la curiosità, e anche il dolce fine di render se stesso migliore, sono le cagioni per cui da alcuni altri non volgari uomini si legge: e, fra tutti i libri, pare che quelli che scuotono il cuore dell'uomo, siano i più universalmente letti e gustati. L'autore ottiene questa commozione in molte maniere; ma in nessuna più efficacemente, che illuminando con colori nobili patetici e forti le imprese grandi in se stesse, e da cui ne siano ridondati effetti importanti. E suole ciò farsi, o fingendo per via di poesia, o traendo dai fonti della storia, o perorando al popolo, o su le cose umane generalmente filosofando. Toltane dunque la passione d'amore, che sotto ogni governo può allignare, e più sotto i meno virtuosi, se l'autore vorrà maneggiarne alcuna dell'altre allegandone splendidi esempj, bisognerà pur sempre ch'egli ricorra ai popoli liberi. Quindi è, che ai giovinetti ampiamente si insegnano le cose di Roma, di Atene, e di Sparta, ma raramente o non mai si favella a loro di Persia, d'Assirja, d'Egitto, e dei loro tiranni. Volendo sotto qualunque velo insegnar la virtù, è dunque sforzato lo scrittore a cercarla dove ella è stata; ad indagarne, o accennarne le cagioni; a narrarne gli effetti; e ad incoraggire in somma i lettori alla imitazione di essa. Perciò non mi pare, che abbisogni di prove l'asserire; che libro di sane lettere non vi può essere, il quale (per qualunque mezzo vi arrivi) non abbia però sempre per fine principalissimo ed unico, l'insegnar la virtù. E intendo qui per virtù; Quella nobile ed utile arte, per cui l'uomo, col maggior vantaggio degli altri, procaccia ad un tempo la maggior gloria sua.

Ammessa questa definizione, che mi pare innegabile, ogni buon libro (che non sia però di scienze esatte, delle quali parlerò in appresso) dee necessariamente in quasi tutti i suoi principj offendere l'autorità illimitata; poichè, per quanto voglia anche lo scrittore essere discreto, e serbare riguardi, non può pure mai laudare il vizio; nè, molto meno, può insegnare la vera virtù, senza dimostrare o accennare, che il fonte di essa non può essere e non è stato mai, nè l'obbedire al capriccio di un solo, nè il servire, nè il tremare.

Ciò posto, io dunque dico; che nessuna vera sublime epica poesia, nessuna tragedia, nè commedia, nè storia, nè satira, nè opera filosofica, nè arte oratoria, nè in somma alcun ramo di belle lettere (tolto il madrigale, il sonetto puramente amoroso, e la pastorale) potrà mai riempire nel principato il suo proprio dovuto scopo, e dare nel vero, senza offendere o più o meno l'autorità assoluta. E, se non volessi esser breve, e massimamente in questo primo libro, potrei ampiamente provare quanto asserisco. Ma, per mille ragioni mi vaglia una sola; e siano i fatti. Domando: Qual è il buon libro, (veramente stimato tale) che sviluppando altre passioni umane che l'amore, o tutto o in parte, da qualche principe, o in qualche tempo, non sia stato proibito, o screditato, o schernito, o calunniato, o perseguitato? Ma, che pro? i libri sussistono, e durano contra ogni ira, potente o impotente sia ella, purch'essi sian ottimi.

Non potendo adunque il moderno principe europeo assolutamente impedire che i libri buoni già fatti continuino ad esistere, e ad esser letti; nè che alcuni altri buoni, ma sempre pochi, se ne vadano scrivendo; accortamente farà egli, se saprà non mostrarsi interamente contrario alle lettere, e se saprà premiarne a tempo gli artefici; anteponendo però sempre i mediocri ai sommi; e astutamente cercando di fare che i sommi rimangano o paiano mediocri, coll'impedir loro cortesemente di pensare, e di scrivere, fin dove bisognerebbe. Per la stessa ragione egli farà benissimo di fingere di onorare gli scrittori morti, col ristamparli; ancorchè tali siano, che se avessero scritto a tempo suo sotto lui, gli avrebbe egli, potendo, piuttosto soffocati, che non mai dati in luce. In tal guisa perverrà forse il principe a persuadere ai più, che egli non teme l'effetto di una certa libertà di scrivere e di pensare. E quella stessa apparente sua non curanza sarà anche uno scoraggimento grandissimo a chi sperasse di farsi un nome liberamente pensando e scrivendo; perchè una certa persecuzione contro ai libri fortemente e luminosamente veraci, costituisce per lo più la base della loro prima fama; e quindi maggiormente e più presto propagandogli, assai più utili in minor tempo li può rendere.



CAPITOLO UNDECIMO

Quali premii giovi più al principe di dare ai letterati.

Insorta dunque a poco a poco in Europa questa classe d'uomini, che si assume l'incarico, pensando e scrivendo, di far pensare gli altri; e che, comunicando a tutti le proprie idee, perviene pure a spandere fra molti una semi-luce; i principi, che ereditariamente si assumono l'incarico d'impedir di pensare, si sono di necessità ritrovati nemici degli scrittori. Ma la vicendevole paura (come in tante altre occorrenze umane il vediamo) gli ha tosto rapprossimati. Gli autori, come già accennai, mossi dal bisogno dal timore e dalla vanagloria, per acquistar fama subita, ancorchè non durevole; i principi, mossi da vanità, dal timore d'essere con ingegno derisi smascherati e screditati per sempre, per parer buoni, e per non potere in fine altrimenti operare, attesa la gran piena presente de' letterati: sono queste, o mi pajono, le ragioni vere, per cui questi fra loro naturali nemici si vengono a cangiare in protettori e protetti.

La maniera con cui si ricompensano i letterati dai principi è per lo più con provvisioni pecuniarie, che chiudono loro la bocca a ogni verità luminosa chiaramente e fortemente esposta, quale deve essere per farsi strada nell'instupidito intelletto del volgo ignorante e servo. Gli scrittori a vicenda, contraccambiano i principi con le smaccate lodi, con le deificazioni, co' falsi poemi, storie alterate, libri di diletto senz'utile, false massime in politica, falsa filosofia, &cc. &cc. Da questo commercio di reciproca dissimulazione il pubblico intanto ne rimane sempre più cieco e ingannato; e sempre più allontanato dal forte sentire, e dal vero, che sono i soli fonti d'ogni alto operare.

Ma siccome in questo primo libro io cerco (per quanto sia pure possibile ad un uomo libero) di farmi principe e non letterato, dovrò dire, che i principi fanno molto bene di operar così; poichè finora felicemente è riuscito loro, per via di mercede condita col timore, di spuntare in gran parte le saette dell'ira scrivana. Ed a provare anche questo, mi bastano i fatti. Chi può dubitare, per esempio, che Montesquieu e Corneille, non ricompensati, nè onorati dal principe, e aventi una esistenza indipendente affatto da lui, non sarebbero andati molto più in là nelle loro massime, sviluppando e lumeggiando col loro forte pennello tante importantissime cose spettanti alla felicità umana, le quali si vedono appena accennate, e velate assai nei loro timidi scritti?

Ma pure, i principi non sanno abbastanza impedire gl'ingegni sommi, colla loro bene adoprata protezione. E, più d'ogni altro ente, il principe mi conferma quel profondo assioma del divino Machiavelli: Che gli uomini non sanno essere nè del tutto buoni, nè del tutto cattivi. Dicesi che il gran Voltaire nella sua gioventù avesse mostrato assai desiderio di servire il re in commissioni estere; ed io facilmente m'induco a crederlo, poichè questo autore, immemore in ciò di se stesso, non arrossì di sempre firmarsi: Voltaire, gentiluomo di camera del re. Il principe, o il ministro che non lo impiegò, commise dunque nell'arte principesca un errore non picciolo: Voltaire, impiegato dal re, e rappresentante il re, diveniva piccolo quanto il suo rappresentato; era vinto e legato per sempre; nulla avrebbe scritto, o poco, o quello soltanto che si sarebbe voluto. Così un autore sommo veniva trasfigurato in un ambasciatore mediocre, o forse anche ottimo; così si accresceva la gloria al re, e si diminuiva luce al popolo; così, finalmente, non si sarebbe dovuto soffrir poi per parte dei dominanti quell'umiliante confronto di veder Voltaire ne' suoi ultimi giorni in Parigi applaudito, seguitato, acclamato, e trionfante più assai, che nessun principe il fosse mai stato. E verrà un tempo, in cui non si saprà altrimenti come fosse numerato quel Lodovico che allora regnava, se non perchè trionfava a quel tempo in Parigi un Voltaire.

I principi dunque, che vogliono sottrarre da tanta vergogna se stessi, e ad un tempo sfuggir la tempesta, debbono, nel premiare gli scrittori, dar sempre loro tali onori, o mercedi, che interamente li distolgano dallo scrivere cose veramente grandi: e, allacciandoli colla gratitudine, direttamente o indirettamente li debbono costringere a disonorare se stessi, e a screditare le loro filosofiche massime, contaminandole colle lodi dei principi inopportunamente frammiste.



CAPITOLO DUODECIMO

Conclusione del primo libro.

Parmi fin qui aver brevemente toccato quanto può spettare ai principi circa ai letterati. E benchè non poco mi sembri aver detto, più assai mi rimarrebbe a dire, se non parlassi a lettori, ai quali non credo necessario il dir tutto. Ma, se alcuno dubita di quanto ho fin qui asserito, legga nella storia le vicende della letteratura nel principato; e vedrà certamente che i principi hanno fatto, o cercato di fare, quanto io ho esposto qua sopra: ma, che la più o meno destrezza che hanno saputo impiegare in questa guerra d'astuzia, o sorda o patente, ha, o generato, o soffocato, o contaminato più o meno scrittori; ha lasciato spargere più o meno luce nei popoli; procacciato più o meno gloria od infamia agli scrittori ed ai principi.

Quindi, stimando io d'aver detto abbastanza in questo primo libro, tutto il già detto ristringendo in un brevissimo assioma, conchiudo: Che nei presenti tempi, benchè il principe sembri quasi sforzato a parer di proteggere le lettere, pure, se principescamente sa rimunerarle, ne ritrarrà per se stesso (pur troppo!) più assai vantaggio che danno.




LIBRO SECONDO


AI POCHI LETTERATI, CHE NON SI LASCIANO PROTEGGERE.

A voi, non contaminati scrittori, parrà forse ch'io abbia tradito la nostra causa, avendo finora svelato alcuni maneggi, non arcani per certo, ma quasi tali, perchè non si osano mai discoprire: e alle cose che poco si dicono, meno ci si suole pensare; e quindi la ruota della fantasia lavorandole meno, rimangono irrugginite ed inutili. Ma, se nel mio primo libro ho insegnato (per così dire) ai principi, non i mezzi per distruggere o impedire le lettere, che a loro già erano in parte ben noti, ma le ragioni che ad essi suggeriscono codesti piccoli, eppur finora efficaci mezzi; ragioni ignote a loro stessi, benchè dei mezzi si vagliano; ragioni ignote a molti dei sudditi, benchè gli effetti ne provino: mi appresto ora a scriverne un secondo, in cui alquanto più distesamente esporrò i mezzi a mio parere migliori, affinchè i pochi scrittori che veramente meritano d'esser liberi, vengano in parte o del tutto ad uscire dai vergognosi ceppi, che allacciando loro l'intelletto e la penna, la loro fama impediscono, o guastano



CAPITOLO PRIMO

Se i letterati debbano lasciarsi protegger dai principi.

Lo scrivere, è una necessità di bisogno in molti; e questi per lo più non possono essere veramente scrittori, nè io li reputo tali: lo scrivere, è una necessità di sfogo in alcuni; e questa, ben diretta, modificata, e affatto scevra di ogni altro bisogno, può spingere l'uomo ad essere quasi che un Dio.

Spessissimo però accade (pur troppo!) che i sommi ingegni nascono necessitosi di pane. Né io certamente imprendo qui a fare l'apologia dei ricchi; i quali anzi, per lo più nascono di assai meno robusta natura, così di corpo, come d'ingegno: vorrei bensì persuadere e convincere gli scrittori tutti, che non possono essi mai ottenere gloria verace con fama intatta e durevole, nè quindi mai cagionare utilità vera e massima nei loro lettori, se il loro scrivere non riesce alto, veridico, libero, e interamente sciolto da ogni secondo meschino fine. Parlando io dunque ai grandi ingegni (ma ai soli e pochi grandissimi) che per ingiustizia di fortuna si trovano esser nati poveri, dico loro; che se vengono a conoscere se stessi in tempo, debbono da prima, ove sia possibile, con qualunque altra arte migliorare la loro sorte, per poi potersi, per mezzo della indipendenza, valere del loro ingegno liberamente. E di ciò gli scongiuro, per quel sommo utile, che dai loro scritti ne può ridondare agli uomini tutti; e per quella purissima gloria, che ad essi ne dee ridondare. Ma, se non possono assolutamente procedere nel modo su divisato, li consiglio a desistersi dalla impresa dello scrivere, e a cercare altri mezzi per campare; che tutti, in ogni tempo e governo, riescono a ciò più atti che non il mestier delle lettere. In una parola in somma, io dico; che all'ingegno dee bensì la ricchezza servire, ma non mai alla ricchezza l'ingegno.

Se il più nobile, se il più elevato, il più sacro, e quasi divino ufficio tra gli uomini si è quello di voler loro procacciare dei lumi, dilettare la loro mente, infiammarli d'amore di vera virtù, e di nobile gara in ben fare; ardirà egli mai eleggersi ad una così importante impresa colui, che per necessità vien costretto ad essere, o a farsi vile? In molte e in quasi tutte le democrazie, sono esclusi dai voti i nulla tenenti; i Greci liberi proibivano ai servi l'esercitare per fino la pittura: e all'esercizio di una così nobile arte quale è lo scrivere; in una repubblica così augusta, quale esser dee quella delle sacre lettere, si ammetteranno i desideranti, i domandanti, o gli abbisognosi d'altro, che di schietta e sublime gloria? Non credo ingiusta una tale esclusione; ed i fatti mel provano. O i grandissimi scrittori erano agiati per se stessi; o erano contenti della loro povertà; o, se da ciò sono stati diversi, essi sono stati meno grandi di tutto quel più, che a loro è toccato di fare per migliorar la propria fortuna. E chi togliesse a Virgilio le lodi d'Augusto, e dei Cesari; all'Ariosto e al Tasso le Estensi; e a tanti altri scrittori le adulazioni tutte, o i timidi loro riguardi, non accrescerebbe egli di gran fatto la gloria agli autori, e ai lettori di gran lunga la luce, il diletto, e l'utilità?

Io spingo tant'oltre questa totale indipendenza necessaria all'autore per ottimamente scrivere, che ardisco asserire; che se i principi, attese le loro circostanze educazione e costumi, potessero pur mai pervenire a ben conoscere gli uomini, e a bene imparare ed eseguire alcuna cosa qualunque; i principi, dico, mediante la loro totale indipendenza, e mediante il non-timore di verun altro individuo più potente di loro, potrebbero senza dubbio essere gli scrittori per eccellenza: perchè nessun rispetto, prudenza, o timore gli sforzerebbe a tacere, o ad alterare la verità; ogniqualvolta però fosse loro stato possibile di superare in se stessi la innata loro avversione per essa; e ogniqualvolta avessero sortito dalla natura un'indole generosa, e capace di svelare quelle stesse verità che sarebbero a loro dannosissime. Ma, siccome questo non potrebbe esser mai, mi si perdoni una tale chimerica supposizione, da me introdotta come un semplice esempio; di cui pure alquanto valendomi, verrò nel mio intento. Quell'uomo privato, che potrà in se stesso riunire la indipendenza tutta del principe, (ma più nobile assai, e più legittima, col non obbedire che a moderate e savie leggi) e riunire in se la educazione del cittadino, l'ingegno, i costumi, la conoscenza degli uomini, l'amor del retto e del vero; quegli, a uguale capacità, avanzerà di gran lunga quanti altri ottimi scrittori ne siano in altre circostanze mai stati.

In somma, io non posso nel cuore di un vero scrittore dar adito ad altro timore, che a quello di non far bene abbastanza; nè ad altro sperare, che a quello di riuscire utile altrui, e glorioso a se stesso. Ammettendo un tale principio, si esamini se il sublime scrittore nel principato potrà mai essere un ente vissuto fra i chiostri; un segretario di cardinale; un membro accademico; un signor di corte; un abate aspirante a beneficj; un padre, o figlio, o marito; un legista; un lettore di università; un estensore di fogli periodici vendibili; un militare; un finanziere; un cavalier servente: o qualunque altr'uomo in somma, che per le sue serve circostanze sia costretto a temere altro che la vergogna del male scrivere, o a desiderare altro che il pregio e la fama della eccellenza.

Rimanendo per se stessa esclusa da quest'arte una così immensa turba di non-uomini, a pochissimi uomini mi rimane a parlare. A quelli dunque, che letterati veri ardiscono e possono farsi, dico; che senza scapito massimo dell'arte, non possono essi lasciarsi proteggere da chi che sia. Ed ella è cosa certa pur troppo, che se essi faranno interamente il severissimo loro dovere, di professar sempre e dire con energia la verità, non dureranno fatica veruna per sottrarsi da ogni protezione: tolta però sempre quella del pubblico illuminato, quando perverrà ad esserlo; protezione, la sola, che onoratamente si possa e bramare e ricevere.



CAPITOLO SECONDO

Se le lettere, che sembrano inseparabili dai costumi corrotti, ne siano la cagione, o l'effetto.

Ma, che vo io dicendo? vorrei che Catoni fossero gli scrittori, e vorrei ad un tempo stesso la eleganza, l'armonia, e il terso favellare di colui, che lasciò alla più remota posterità scritto di se stesso: Relicta non bene parmula: (1) cioè di quel tribuno legionario romano, che scherza su l'aver egli abbandonato il proprio scudo in battaglia; il che nei nostri costumi equivarrebbe ad un colonnello che in ottimi versi tramandasse ai posteri scherzando, di aver egli ricevuto uno schiaffo.

Per quale umana fatalità avvien dunque, che il bello dire paja non si poter quasi mai raccozzare col bene operare? Atene sola riunì tutto ad un tempo; libertà, e belle arti; valor militare, e scienze; ricchezza, e costumi: e che non ebbe quella terra beata? Poco durò nondimeno quel vivo fermento di cose sì fattamente contrarie fra loro; le ricchezze il buon gusto e le arti preponderando, la libertà il valore i costumi ed il maschio animo a poco a poco sparirono. Roma (in ciò, come in tutto, diversa dall'emula e non mai superata Atene) quanto alle lettere e all'arti, stette, direi così, fra i limiti umani; nè mai potea riunire insieme questi pregi diversi. Non ripulì il suo parlare, non ebbe eleganti e puri scrittori, prima di Cicerone, Catullo, Orazio, Virgilio &cc.: e, al sorgere di questi, ella vide a poco a poco menomare le patrie virtù, e dar luogo alla crescente servitù, e alle crescenti lettere e belle arti. Gli scrittori in somma del secolo d'oro (cioè d'Augusto) quanto alla favella, sono gli scrittori del secolo di ferro e catene, quanto alla repubblica.

Ma, quegli eleganti e perfetti scrittori, erano essi cagione della crescente effeminatezza, del cessante coraggio, del vile pensare, del servir lietamente, del non conoscer più patria, del non temer che per se, del vivere in corte temendo e sperando sempre, nè mai cose legittime e grandi davvero? Oppure, tutte queste annoverate sfortune, furono elle cagione che gli eleganti e perfetti scrittori fiorissero? Il pregio d'ogni scrittore sta, come le altre cose tutte, nella opinione degli uomini: e, dividendo in due parti le ragioni per cui uno scritto riporta il pregio della eccellenza, dico che il pregio della sublimità intrinseca, cioè della verità evidenza e forza dei pensieri, non può esser mai se non uno; ma il pregio della sublimità nell'esporgli e lumeggiarli può essere diviso in altrettanti aspetti, quante sono state, sono, e sian per essere le età degli uomini, le differenze dei governi, e le diverse circostanze dei popoli. Ed in fatti, presso le nazioni che ebbero lunga vita, mutò l'eloquenza, mutando il governo e i costumi; talchè il perfetto genere d'un secolo è spesso diventato il genere ridicolo e mostruoso d'un altro. Ma pure, per quanto ancora si sappia e s'intenda la forza e bellezza della lingua latina, da tutti si accerta essere ella arrivata al suo apice nel secolo d'Augusto. E, per trarre esempj anche dai moderni, i Francesi, che non furono però mai popol libero, debbono pur anche annettere l'epoca dei loro perfetti scrittori a quella della loro più perfetta e total servitù. Ma gli scrittori d'Augusto e di Lodovico, sono, o pajono perfetti agli occhi ed orecchi di noi popoli anche servi, e corrotti, e peggiori dei loro contemporanei. Chi però ci assicura, che a Catone, ad Ennio, a Lucrezio, ed ai popoli loro coetanei avrebbero piaciuto più gli scritti di Virgilio e d'Orazio che non i loro propri? Niuno certo ardirà asserire, che Lucrezio fosse uno sciocco, rispetto a Virgilio: ma pure quella enorme differenza che passa fra loro, nella fluidità, armonia, e varietà del verseggiare, a qual ragione attribuire si dovrà? alla ripulitura della favella, risponderanno i moderni: alla corruzione dei costumi, avrebbero risposto gli antichi; alla snervatezza degli animi, alla pestifera influenza di una assoluta dominazione.

Tuttavia, non volendo io mettere innanzi, nè sostener paradossi, ammetterò che la perfezione degli scrittori, quanto all'eleganza e sottigliezza dell'arte, possa esser quella che vien giudicata tale da uomini di gusto sottile, usi al conversare, e, per lo molto servirsi dei sensi loro, inventori e scopritori di molte nuove e quindi più deboli sensazioni. Che se il capo d'un popolo rozzo e selvaggio, vedendolo in qualche imminente pericolo, volesse indurlo a una ostinata difesa, e destarlo a furore; egli per certo non ci dovrebbe impiegare altre parole, che quelle in cui fosse semplicissimamente esposto il fatto. « Costoro ci sono nemici da gran tempo; a ciascuno di noi hanno ucciso a chi il padre, a chi il fratello, a chi il figlio. Se non ci difendiamo con forza e valore maggior del loro, uccideranno anche noi; prederanno le case nostre; faranno schiavi i nostri figli; contamineranno le nostre mogli. O vincergli ed esterminargli, o morire noi tutti ». Queste, o simili parole, ed anche più rozze e sconnesse, verranno riputate sovrumana eloquenza infra quel popolo che noi chiamiam barbaro; e vi otterranno il loro pienissimo effetto.

Ma, se un capitano di nazione colta e libera vorrà accendere gli animi de' suoi soldati, gli bisognerà dire le stesse cose assai più lungamente, e più ornate. Con mille figure egli dovrà procacciare d'incendere quegli animi; ora con immagini terribili dipingendo le stragi, le rapine, gli oltraggi, la crudeltà del vincitore insolente; ora, con liete e festose, dipingendo i trionfi della ottenuta vittoria, i dolci effetti della ricoverata pace, gl'immensi beni della assicurata libertà. Questo popolo colto viene a sentire meno fortemente, appunto perchè con maggior sottigliezza egli sente; ci vogliono perciò in doppia e triplice quantità, parole ed immagini per infiammarlo e commoverlo. Ai popoli colti e non liberi non perorano mai i loro capi; perchè a questi non riman nulla a dire con le parole, che con assai maggiore efficacità non l'abbiano già detto ai popoli colla forza. E così accadrà d'ogni altra passione che si voglia destare negli animi d'un popolo, o interamente rozzo, o semi-barbaro, o colto e libero, o colto e non libero. Ma, se noi volessimo accertare, che più eccellente oratore sia questo che quello, niun'altra ragione addurne potremmo, fuorchè il dire che noi popoli di senso sottile così pensiamo e sentiamo; cioè, noi popoli di senso diminuito e indebolito dalle troppo moltiplicate sensazioni.

Se fra il popolo rozzo favellasse un oratore di popolo colto, egli tedierebbe, stordirebbe, poco sarebbe inteso, niente gustato; e non otterrebbe il suo intento. Ma, se pure fra il popolo colto favellasse un rozzo sì, ma energico e appassionato oratore, questi per semplice forza della nuda verità otterrebbe forse qualche cosa più; essendo la semplicità grandezza, e massimamente quando ella non è cercata con l'arte; perchè questa non isgorga mai da robusta e libera vena, come quella che è figlia di forte ed infiammata natura.

Da tutto questo concludo, che le lettere perfette come le intendiamo noi, e per l'uso di noi popoli civili, colti, guasti, timidi, oziosi, molli, e pressochè tutti servi, non possono esistere, se non nell'ozio, e nella servitù che n'è madre; ma che le lettere, quali le professavano i Greci, e quali con molto accrescimento d'utile potrebbero ricomparire sul globo presso ad un qualche ingegnoso popolo, il quale, ancorchè men delicato e men colto, fosse però interamente libero; tali lettere otterrebbero un'altra specie di perfezione dalla severa verità esposta agli occhi di tutti con energia, brevità, evidenza, e naturalezza. Si ridurrebbe allora l'arte oratoria, quale dev'essere, al persuadere ai cittadini le politiche e morali virtù; l'istorica e poetica, a narrare e descrivere imprese grandi, amori casti, amistà generose, tenerezze paterne, prodigi dei Numi; la filosofia in fine, camminando d'accordo con le massime politiche e teologiche già stabilite in quel popolo libero e felice, niun altro carico si assumerebbe che di andar mantenendo e rettificando sempre più il giusto pensare, i puri costumi, e le savie leggi.

Mi si dirà, che anche noi procuriamo di ricavar dalle lettere tutti questi vantaggi. Ma io rispondo; che gli artisti nostri non sono tali da poterceli procacciare; perchè, nè arte oratoria, nè storia, nè filosofia vera non possono mai scaturire da un animo servo, nè penetrare gli orecchi e il cuore di popoli servi: e, molto meno la poesia, maneggiata da servi artefici, può altamente trattare alte cose, senza contaminarle coll'errore, col timore, e colla servile adulazione. Quindi è che fra noi, tutto il fiore del bel dire, tutto il sapore della eloquenza, non divenendo mai per così dire l'ammanto della verità, questa energia, brevità, evidenza, e naturalezza dei nostri scrittori pare sempre accattata e mancante, perchè non viene a comporre uno stile adattato alle cose.

Ma vi sono alcuni momenti, in cui un popolo, già stato libero e non vile, all'uscire dalla sua rozzezza ed onestà di costumi, e all'entrare nella colta corruzione, riunisce istantaneamente in se, benchè menomati e non perfetti, i due semi della passata potenza e della presente coltura. Scemando poi ogni giorno più la virtù, e deviandosi l'eloquenza dal vero, quella luce, quasi un passeggero lampo, interamente tosto svanisce. Così Roma ebbe scrittori sublimi sì nel pensare che nella eleganza, in quel breve secolo, in cui rimembrò ella ancora la perduta libertà e la grandezza della passata repubblica: inoltratasi quindi nella servitù, tanta era stata la primitiva sua forza, che diede ancora alle morenti lettere un Giovenale ed un Tacito; ma li diede soli: invecchiata poi nel servire, non ebbe più nulla affatto di grande. E si osservi in questa universal decadenza, che l'autorità assoluta degli imperatori consecutivi fu anche poi distruttiva di quella stessa vuota eleganza dello scrivere, che andandosene ignuda d'ogni sublimità e verità di pensieri, e che avendo in Roma ricevuto vita e protezione da un tiranno, parea doversi sotto altri tiranni almen mantenere: manifesta prova, che noi c'inganniamo assai nel credere che il principato possa essere il vero protettore delle lettere, anche deviate dal loro diritto e legittimo scopo.

Finisco dunque col dire; che, a parer mio, la perfezione delle lettere quanto all'eleganza (che è pur troppo sempre quella che intendiamo noi) più facilmente può nascere fra un popolo di costumi corrotti e non libero, che non fra un popolo libero e sano; benchè Atene ci provi pur sempre il contrario. Ma se così è, io credo che codesta perfezione delle lettere sia una conseguenza del principio della corruzione di quel popolo; il quale pure per alcun tempo ancora può durare corrotto e libero. Ed ecco, mi pare, spiegata la contraddizione apparente fra Atene e tutte le altre colte nazioni da essa in poi conosciute. La corruzione divenendo in appresso totale ed estrema, oltre alla già spenta libertà, ella poi corrompe e spegne in breve del tutto anche le lettere stesse, come ogni altra utile cosa. Se le lettere allora possono pure sottrarsi dalla universale rovina, pervengono anch'esse a tal segno di viltà, che snaturandosi, per così dire, si fanno elle stesse cagione di corruzione col farsi nemiche di verità: e sono esse allora, come falsificatrici delle politiche idee, la cagione veramente di altri costumi assai più guasti e ammorbati, che quelli di cui erano figlie.

Secondo le diverse epoche e posizioni d'un popolo, e secondo la specie di gente che maneggia fra esso le lettere, elle possono dunque a vicenda divenire effetto e cagione di corrotti costumi: ma possono altresì, e ben maneggiate il debbono, farsi efficacissima cagione di libertà e di virtù.



CAPITOLO TERZO

Che le lettere nascono da se, ma sembrano abbisognare di protezione al perfezionarsi.

Ella è passione innata nell'uomo, soddisfatti appena i bisogni di necessità, il volersi distinguere dagli altri, col far meglio e maggiori cose in altrui e proprio vantaggio. Fra le nazioni selvatiche, questo amor della gloria si manifesterà nel voler l'uomo farsi miglior cacciatore o pescatore, che niun altri; fra le guerriere, miglior soldato; fra le colte, miglior politico, filosofo, istorico, poeta, &c.

Ciò posto, il primo impulso alle lettere, come ad ogni altra bell'arte, egli è pur sempre quel naturale innato desiderio di distinguersi: e questa umana passione si dee posare per prima e vera base d'ogni arte. Ma, se nei diversi individui questo desiderio, benchè per se stesso fortissimo, basti solo a far loro perfezionare le lettere, pare problematico; e dai più degli scrittori, e massimamente nel principato, è stato deciso e creduto il no. Io sarei di contrario avviso; e tenterò di provarlo, discutendo appieno una tal questione. Questa, a parer mio, è una delle tante cose che paiono, a chi non ci si profonda ben addentro; e che non sono, a chi vuole molto riflettervi. Si dice ogni giorno: « Quel giovinetto ha certamente sortito dalla natura un grandissimo talento per la poesia; ma egli nasce di parenti non ricchi, che lo sforzano a tirarsi innanzi colle leggi, onde non la potrà mai coltivare ». A ciò rispondo io, domandando: « Codesto giovinetto, è egli povero a segno di dover accattare? non è ». Dunque i primi bisogni di necessità non lo incalzano. Prosieguo, e domando: « Ha egli ricevuto quella bastante istruzione, per cui l'uomo si mette in grado di poter far da se stesso? benissimo ha fatto e con somma lode i suoi studj; che se altrimenti fosse, mera temerità sarebbe la nostra il giudicarlo capace di poter egli mai scrivere eccellentemente. Ciò basta; conchiudo io; e s'egli ha veramente quel genio, che voi gli supponete, quel genio lo infiammerà e lo costringerà più assai al far versi, che non la necessità, o il garrire del padre, allo studiare e professare le leggi. E così fecero il divino Petrarca ed il Tasso, ed Ovidio per dir degli antichi, ed altri ch'io taccio. Se dunque è nato per esserlo, si farà codesto vostro giovinetto un eccellente poeta mal grado di tutti, perchè natura può più di tutto ».

Ma spessissimo il mezzo ingegno e il debile impulso vengono scambiati colla ispirazione vera; e perciò si piange tante volte in erba la fama di molti futuri grandi uomini, soffocati, per quanto si dice, dalle loro avverse circostanze, i quali, se le avessero avute favorevoli, avrebbero smentito una sì dolce aspettativa. Ciò mi fa credere, e non senza ragione, che la protezione possa bensì giovare agli ingegni mediocri, i quali per mezzo di essa poco danno, ma niente affatto darebbero senz'essa; ma che ella sia assolutamente nuociva ai sommi ingegni, in quanto questi assaissimo più darebbero se non l'avessero. E ritroviamo anche di ciò negli esempj le prove. Dante non fu protetto: che poteva egli dar di più? Mi si dirà forse: « Più eleganza »: ma egli ebbe tutta quella che comportavano i tempi suoi; e l'ebbe di gran lunga superiore a tutti i suoi predecessori, che scritto aveano nella stessa sua lingua. Ma Orazio e Virgilio furono protetti: e diedero perciò quel tanto di meno, che la dipendenza e il timore andavano ogni giorno togliendo alla energia già non moltissima degli animi loro. Mi si opporrà, che Dante in una corte ripulita e delicata come quella d'Augusto non avrebbe adoprato tante rozze e sconce espressioni. Rispondo, che questo può essere: ma soggiungo, che Virgilio ed Orazio fuor di tal corte, non si sarebbero contaminati di tante vili adulazioni e falsità. Qual è peggio?

È anche vero però, che forse costoro nulla affatto avrebbero scritto, se non fossero stati protetti da Augusto: ma che si verrebbe egli con ciò a provare? che il loro impulso era debole e secondario. Orazio stesso sfacciatamente e ingenuamente lo dice, parlando di se:
... Paupertas impulit audax,
ut versus facerem. Sed, quod non desit habentem,
quæ poterunt unquam satis expurgare cicutæ,
ni melius dormire putem, quam scribere versus?
(2)
Chiaro è, che un autore che dice questo di se stesso, e che riconosce per primo motore del suo poetare la necessità, e che sovrana felicità reputa il non far nulla, non si sente certamente mosso da nessuna effervescenza d'animo, e non ha nè sublime il carattere, nè infiammato il cuore: e quindi non sublimerà egli mai il carattere, nè infiammerà mai il cuore di chi lo legge. Orazio dunque, con un sì fatto motore, dovea scrivere con molta eleganza debolissimi pensieri: e così in fatti scrisse, e così pensò; perchè era nato per così scrivere e così pensare. Ma Dante, dalla oppressione e dalla necessità costretto d'andarsene ramingo, non si rimosse perciò dal far versi; nè con laide adulazioni, nè con taciute verità avvilì egli i suoi scritti e se stesso. Quella necessità medesima, che sforzava Orazio allo scrivere, e non gli permetteva di esser altro che leggiadro scrittore, quella stessa necessità non potea pure impedir Dante di altamente pensare, e di robustissimamente scrivere. Diversi dunque, e d'assai, erano per loro natura gli animi di codesti due scrittori.

Ma, che vengo io da questa lunga digressione a concludere? che la protezione principesca può forse giovare, o almeno non nuocere, alla perfezione delle lettere quanto alla lingua, e all'eleganza dei modi; ma che alla perfezione vera di esse, la quale nella sublimità del pensare, e nella libertà del dire si dee principalmente riporre, non solamente non giova, ma espressamente nuoce ogni qualunque dipendenza; cioè ogni protezione: eccettuandone però sempre quella, che accorderebbe una vera repubblica, non per capriccio o favore, ma per giusta, ragionata, e imparziale generosità. Un uomo che scrive per giovare veramente al pubblico, può, senza arrossire, ricevere ricompensa da quel pubblico che veramente si trova beneficato da lui. Ma, come mai può egli riceverla da un potente, il di cui interesse è per l'appunto l'opposto di quello del pubblico? e come mai può accordargliela quel potente? Ecco il come: se lo scrittore avrà falsificato le cose agli occhi della moltitudine; ed in ciò egli avrà manifestamente meritato l'odio o il disprezzo di essa: ovvero, se avrà minorata la verità, per compiacere al potente: ovvero, se l'avrà mascherata e anche affatto taciuta, per non offenderlo. Costui dunque, nei suddetti casi, come timido e vile ch'ei fu, non può mai drittamente pretendere ad acquistarsi vera fama fra gli uomini: ma, per altra parte, se non si è mostrato nè timido nè vile, non può certamente mai temere di essere ricompensato dal principe.

Ed in prova che le lettere protette parlano e influiscono diversamente dalle non protette, e a voler vedere quali maggiormente giovino agli uomini, si esamini una sola formola, usata da entrambe diversa in parità di circostanze. Le lettere, sotto un principe che le protegga, e che anche le lasci alquanto sfogare, vengono riputate molto ardite, e il letterato pare un uomo di gran nervo e coraggio, allorchè si osa pronunziare in qualche libro, o predica, o altra pubblica orazione, le seguenti parole: « L'ignoranza è al fine apertamente combattuta e vinta; è giunto quel felice momento, in cui si ardisce arrecare la nuda verità ai piedi del trono &cc. ». La verità ai piedi dell'errore, e dell'inganno? la verità, che sussistere non può, nè trionfare, se non distruggendogli entrambi? Si può egli concepire un'idea più falsa, una frase più adulatoria ed iniqua? All'incontro, le lettere non protette, e il veramente libero letterato, sarebbero pure costretti di dir così: « È giunto al fine, o dee farsi giungere, quel felice momento, in cui la nuda verità semplicemente manifestata ai popoli oppressi, viene da loro riposta sul trono, ove sola dev'essere, e sovra tutti indistintamente, per via delle giuste leggi, sola regnare ». Questo pensiero (anche rozzissimamente espresso, se pure mai lo può essere) paragonato coll'altro, che fosse anche esposto dallo stesso Cicerone, non proverà egli ampiamente, che le lettere sono assai più perfette e più utili dove così parlano, che non dove parlano nel modo contrario?

Io dunque conchiudo in questo capitolo; che pare che le lettere abbisognino di protezione al perfezionarsi, ma che così non è; dovendosi sempre intendere per vera perfezione d'una cosa qualunque, il maggior utile ch'ella arrechi a un più gran numero d'uomini. E non solamente dico, che le lettere non protette dal principe possono arrecare più utile a un maggior numero d'uomini, ma che le sole non protette lo arrecano veramente; in vece che le protette, sotto l'aspetto di giovare, assaissimo nuocono; poichè tolgono allo scrittore, e quindi al lettore, la facoltà di spingere quanto più oltre egli possa il suo pensare e ragionare; e poichè in somma, con quella loro nuda eleganza e felicità di stile, elle danno credito e perpetuità a mille errori politicamente dannosi e mortiferi.



CAPITOLO QUARTO

Come, e fin dove, gli uomini sommi possano assoggettarsi agli infimi.

Ma pure, quella smania stessa che tormenta l'uomo, e lo sforza a tentare di farsi superiore ai suoi simili per via dell'opere d'ingegno, spesso anche lo martìra sotto altri non nobili aspetti, inducendolo a tentare di superarli negli agj, nella ricchezza, e nel lusso. Il grand'uomo, è pure uomo; e quindi picciolissima cosa è anch'egli; e quindi in mezzo al più sublime delirio di vera gloria, ammette anch'egli benissimo il desiderio d'una miglior mensa, di un comodo cocchio, e in somma d'una più delicata e morbida vita. Anzi, la vita letteraria ha in se questo veleno, che sfibrando ella il corpo, l'animo ammollisce non poco. Da questo provengono quei tanti immoderati desiderj di migliorar sorte, che o tutti poi o in parte identificandosi, minorano di così gran lunga l'intrinseco pregio e la fama del letterato. E, in queste, o in simili puerilità, sentendomi io più uomo che ogni altro, mi mostrerei pure stolido e superbo, se a tali naturalissime debolezze non compatissi. Ma, ciò non ostante, io sempre ridico ciò che sopra già ho detto: che questa voglia di migliorar sorte può adattarsi, e non pregiudica, a qualunque altro mestiere; ma ch'ella è mortifera all'arte delle lettere. Io perciò consiglierei di farsi scrittori a quei pochi soltanto, che non hanno bisogno, o non vogliono migliorare il loro stato quanto alla ricchezza: e, a chi non si trova in queste circostanze, consiglierei pur sempre di prescegliere ogni altra arte a quella dello scrivere.

Nulladimeno, per non escludere pure così assolutamente di mia propria autorità dalle lettere i bisognosi di pane, o di superfluità, voglio imparzialmente, e con lume di sana ragione, esaminare, se un letterato vero possa lasciarsi proteggere da un uomo più potente di tutti, e fino a qual punto: ciò viene a dire; come e fin dove il più sommo uomo possa assoggettare se stesso al più infimo. E, a voler provare che questi due opposti in superlativo grado sian veri, basta porre in contrapposto i nomi di eccellente scrittore e di principe. Quegli, se veramente degno è di un tal nome, dev'essere l'apice della possibilità umana; questi, se nato è ed educato al trono, dev'essere il più picciolo prodotto di essa; e lo è quasi sempre. In una tale aderenza dunque, passiva affatto per parte dello scrittore, ci fa egli più guadagno il principe, o più scapito il letterato? Si esamini.

Che può egli dare il principe allo scrittore? onori, parole, ricchezze; cose tutte, che da lui possedute in copia, nulla gli costano, e nessuno ingegno richiedono per darle altrui: vi sarebbe pur quello del discernere il merito; ma siccome non lo fanno presso che mai, nè possono nè debbono farlo, io prescindo interamente da questo. Che dà egli in contraccambio al principe lo scrittore? s'egli è poeta, lodi; se istorico, menzogne; se filosofo, falsità; se politico, inganni: e così, di qualunque altra provincia egli sia, (toltone però sempre le scienze esatte, di cui parlerò a suo luogo) il letterato a ogni modo non può mai piacere, nè guadagnarsi, nè scontare il suo debito col principe, se non sacrificando o interamente o in parte la verità, e quindi l'utile di tutti, al lustro e al soverchiante potere di un solo.

Ed a ciò dimostrare, parlino per me i fatti. Socrate, Platone, e l'immensa turba di Greci filosofi; Omero, Eschilo, Demostene, Sofocle, Euripide, e tanti altri ottimi antichi scrittori; non cercarono costoro di piacere a principe nessuno; e quindi il loro divino ingegno se n'andò esente ed illeso dalla terribile protezion principesca. Così, fra i moderni che hanno veramente illuminato il mondo, sviscerando le facoltà e i diritti dell'uomo, Locke, Bayle, Rousseau, Machiavelli; e fra quelli che l'hanno dilettato con utile, Dante, Petrarca, Milton, e pochi altri; non ebbero costoro nulla che fare con principi. E se pure alcuni degli ottimi ve ne furono, maculati di corte; come Moliere, Corneille, Racine, Ariosto, Tasso, ed altri pochi, che la sublimità del lor temere e adulare colla sublimità del loro immaginare e scrivere rattemprarono; convien pur confessare, che per tutto poi dove essi possono mostrarla, traluce la loro indegnazione contra le circostanze, contra i principi, e contra se stessi; spessissimo deplorando la necessità che gli avea fatti schiavi. Ma, siccome chi legge tien conto all'autore del solo suo libro, e non di veruna sua privata circostanza; (poichè se egli non avea la libertà dell'alto scrivere, avea pur sempre quella del nulla scrivere) da ciò ne risulta, che codesti autori vengono giudicati minori di se stessi, appunto di quel tanto che vilmente sagrificarono al proprio timore e all'altrui forza; ciecamente vendendo il loro intelletto, il lor tempo, i loro costumi, a quegli insultanti benefattori del corpo loro, ma micidiali ad un tempo fierissimi della lor fama.

Io dunque penso, e conchiudo; che il letterato tanto più va perdendo delle sue intellettuali facoltà quanto più accresce egli stesso la sua dipendenza, qual ch'ella sia. E per contrario, conchiudo che tanto più l'animo, il pensiero, e lo scrivere gli s'innalza, quanto egli più si fa libero e sciolto da ogni qualunque risguardo o timore; toltone però sempre quello, di non offendere le giuste leggi e gli onesti costumi.

« Ma il letterato potrebbe pure ricevere un'altra protezione assai meno insultante, qual è per esempio quella di un suo eguale ed amico: ora, perchè dunque non potrà egli riceverla dal principe, quasi da un suo amico privato? » Rispondo: « Il dipendere da un eguale può bensì molto amareggiare la vita allo scrittore, ma può non influire affatto sul pensare e scrivere suo; poichè quell'eguale od amico, può pur pensare com'egli su le cose umane, e non abborrire nè temere la verità che a lui può giovare altresì, come a tutti. Ma il principe non ha nè amici nè uguali; e non può mai essere nel sopraddetto caso ».

In nessun'altra maniera dunque potrebbe il letterato lasciarsi protegger dal principe, senza guastare nè se, nè il suo libro, nè la sua fama, fuorchè cavandone quelle tanto desiderate necessità superflue della vita, vivendo ad un tempo sempre fuori degli stati suoi, e non gli facendo mai capitare alcun de' suoi scritti. Questa inurbana e stravagante aderenza, che io do per una pura chimera, prova bastantemente, che sotto niuno aspetto vi può essere commercio onesto e legittimo fra il letterato ed il principe. Ma, posto pure, che un tal principe proteggente e non inquirente potesse esistere, quel letterato che ne trarrebbe mercede, senza null'altro restituirgli che oltraggi, (lo scrivere il vero è un continuo oltraggiare chi vive del falso) non vi scapiterebbe forse come scrittore; ma moltissimo vi scapiterebbe come uomo onorato, in riga di gratitudine. Non si può onoratamente cercare di nuocere a chi ti giova: e come si può egli scrivere un buon libro qualunque, che alle massime, all'esistenza, e al potere del principe non contraddica? e che quindi non lo offenda? e che quindi, in tutto o in parte, immediatamente o col tempo, non gli riesca dannoso?

Tra il principe dunque e il letterato vero, che facciano e sappiano amendue l'arte loro, non vi può essere comunanza, nè reciprocità, nè armonia, nè assolutamente legame nessuno giammai.



CAPITOLO QUINTO

Differenza totale che passa, quanto alla protezion principesca, fra i letterati e gli artisti.

Ma un'altra classe d'uomini sublimi a me si appresenta, che io chiamerei letterati muti. Questi, con tele, bronzi, marmi, o altri simili, grandissima fama acquistano a se stessi, e moltissimo diletto, misto pur anche d'alcuna utilità, procacciano altrui. Costoro, come imitatori anch'essi, e ritrattori della natura, vanno quasi del pari coi letterati. Le opere loro vengono poste in cielo dall'opinione universale, e dagli stessi scrittori; i più grandi tra essi vengono paragonati ai maggiori letterati. Si dice in oltre, e si crede, che l'impulso dei sommi artisti fosse assolutamente lo stesso che quello degli scrittori: talchè, a stringere in una parola, le arti e le lettere sarebbero una cosa stessa; e tra Michelangelo, e Dante non passerebbe altro divario che d'aver l'uno spiegato i suoi sensi con lo scarpello e pennello, l'altro con la penna e l'inchiostro.

Agli artisti sublimi io tributo quel rispetto e ammirazione tutta che loro è dovuta; ma non penso interamente così. E volendo io investigare il fonte di questo moderno e tardivo entusiasmo, che si professa per le arti assai più che per le lettere, principalissima cagione di esso ritrovo pur anche essere l'assoluta potenza, che non teme in nulla le arti, e quindi le favorisce; mentre le temute lettere disturba, se può, o almeno le svolge, o le discredita, o le impedisce. Ma pare, che anche l'arti stesse, smentendo in questo nostro secolo la loro dipendente natura, concorrano a gara con le lettere a schernire la protezion principesca; poichè in questi tempi, ove elle sono pur tanto ricompensate, incoraggite, e protette, elle negano assolutamente di dare nessun sommo artista, mentre pur tanti ne diedero allorchè assai meno ci si pensava.

Ma tornando al mio tema, che è di provare la differenza che passa fra l'arti e le lettere, dico, e sempre dirò; che un ottimo quadro non volta però mai il foglio; onde egli è pur sempre un assai minore sforzo d'invenzione, di composizione, di condotta, di giudizio, di combinazioni, di abbondante e maturo pensare, di quel che lo sia un buon libro qualunque, e massimamente un poema: quindi è pur sempre assai minore l'effetto, che egli produce nell'animo altrui. Che se in vece dei libri antichi greci e latini, pervenute ci fossero soltanto le greche pitture e sculture, noi certamente saremmo ignorantissimi e barbari; poichè la vera grandezza dei Romani sta nelle cose che di loro ci narra Tito Livio, e non già nel Panteon, o nel Colosseo: anzi le opere grandiose, e perciò di gran costo, fanno sempre fede di un'assoluta sterminata autorità, di molto ozio politico, e di gran corruzione. Le altre imprese, al contrario, e gli uomini che le condussero, fanno fede di un popolo libero e grande.

Perciò, anche ammettendo che uno stesso impulso per diversa via spinga e il sublime artista e il sublime scrittore, si dee pure sempre anteporre l'opera di colui che ha trascelto la più utile, la più durevole, difficile, e pericolosa impresa. Onde, a chi guarda le umane cose con occhio filosofico e sano, non ripugna affatto il confondere insieme e pareggiare i letterati e gli artisti; ma intieramente ripugna bensì il confondere o pareggiare in nulla le lettere e l'arti.

E per sola prova della immensa differenza, che passa tra l'effetto di quelle e di queste; si esamini imparzialmente qual cosa utile e grande potrebbe sapere, operare, o pensare, quell'uomo, che non sapendo leggere, nè usando con gente colta di nessuna maniera, avesse tuttavia sortito dalla natura un gusto finissimo per le belle arti, e avesse visto ed esaminato e sentito tutti i prodigj di esse. Costui al certo nulla saprebbe; e tutti i più dotti dipinti non gli potrebbero mai aprir l'intelletto; anzi ignorandone i soggetti, non li potrebbe nè intendere, nè gustare. Ma, che vo io perdendo le parole in cosa che non abbisogna di prove? Dico bensì; che se l'artista stesso non si è fatto dotto quanto basti su i libri, ancorchè dalla natura avesse egli ottenuto il dono del più eccellente pennello o scarpello, riuscirà pur sempre un ignorante e mediocre pittore o scultore: nè da una vera, ma sterile imitazione della natura, perverrà egli mai a ricavarne quel vero e perfetto sublime a cui può giungere l'arte sua. Ogni bell'arte è figlia del molto pensare; il che vuol dir, leggere, o parlare con chi ha letto: poichè il pensare altro non è che il combinare il già detto e pensato; ed una idea che chiamiam nuova, non può essere se non figlia di cento antiche.

Tra le lettere dunque e le arti corre, a mio parere, il divario, che corre tra lo sviluppo intero della facoltà pensatrice, e l'esercizio della potenza degli occhi e delle mani. Si può benissimo non aver visto mai quadro, ed esser Dante, e farne dei maravigliosi con poche righe d'inchiostro: ma non si può essere Michelangelo, senza avere in molti Danti imparato a pensare, inventare, e comporre.

E a voler provare questa primazía delle lettere, non solo su le arti mute, che troppo chiara cosa ella è, ma anche su tutte le cose grandi e grandissime che gli uomini possono eseguire, si dimostri soltanto che lo scrivere è la sola arte che basti a se medesima, e il di cui artista ritrovi tutta in se stesso la materia per eseguire. Onde, non solamente il pittore, scultore, e architetto, abbisognano di tele, di colori, di marmi, e di chi loro commetta e paghi il lavoro; ma il legislatore, il politico, il capitano, ove non abbiano e stato e popolo e soldati, nulli affatto per se stessi riescono: o, se pure adombrare vogliono i loro vasti e negati disegni, si fanno scrittori; e così all'immortalità arrivano per via più lenta, ma più durevole. E non mi si dica, che appunto per lo aver tutto in se stesso, lo scrittore abbia più facilità, che non è per certo così; anzi, tanto è severo il mondo per gli scrittori, che ai soli eccellenti accorda la fama; in vece che anche ai non sommi artisti ne accorda pure una certa; perchè un quadro, una statua, una reggia, od un tempio, ancorchè non siano eccellenti, non costano però niuna fatica a chi li rimira, e di alcun utile riescono a chi se ne prevale. Così anche una certa fama si accorda ai legislatori, benchè mediocri; ed una, ma assai meno durevole, ai capitani felici. Tanto può più, presso al comune degli uomini, il fare che il dire. Non pensano essi, che il dire altamente alte cose, è un farle in gran parte; e che per lo più chi ben disse, in parità di circostanze, di tanto avrebbe superato chi ben fece, di quanto dovea il dicitore aver avuto un ben maggior impulso per darsi interamente ad esaminare, conoscere, innovare, o rettificare una cosa, da cui, non potendola egli eseguire, niuno altro frutto per allora sperava, che la semplice gloria dell'averla ben ideata, e ben detta. Non si può fortemente ritrarre ciò che fortissimamente non si sente; ed ogni gran cosa nasce pur sempre dal forte sentire. Esemplifico, e domando; Omero in parità di circostanze non avrebbe egli potuto essere quello stesso Achille, o quell'Agamennone, o quel Priamo, che con tanta fantasia, con tanta dignità e verità egli immagina e ritrae? Ma Omero è maggiore assai di costoro nella più lontana memoria degli uomini, perchè, oltre la possibilità che si vede in lui di far cose grandi in valore ed in senno, riunisce anco in se la divina arte di ben inventarle, e di ottimamente colorirle ed esprimerle.

Io perciò credo, che lo scrittore grande sia maggiore d'ogni altro grand'uomo; perchè oltre l'utile che egli arreca maggiore, come artefice di cosa che non ha fine, e che giova ai presenti ed ai lontani, si dee pur anche confessare che in lui ci è per lo più l'eroe di cui narra, e ci è di più il sublime narratore. Ed in fatti, gli eroi nati dopo quell'Achille (interamente forse fabbricato nella testa d'Omero) tutti vollero più o meno rassomigliarsi a lui. Ma, se un eccellente scrittore vuol dipingere un eroe, lo crea da se; dunque lo ritrova egli in se stesso. L'uomo in somma non può perfettamente inventare e ritrarre ciò che egli non potrebbe (avendone però i mezzi necessarj) eseguire: ma può bensì l'uomo eseguire ciò che ritrar non saprebbe. Onde io nell'esecutore di una impresa sublime ci vedo un grand'uomo; ma nel sublime inventore e descrittore di essa, a me pare di vedercene due.

Ritornando ora al mio proposito, (da cui pure mi son forse dilungato assai meno di quel che si paia) dico; che se innegabil cosa è che lo scrittore di cose sublimi debba essere di sublimissimo animo, e ch'egli abbia tutti in se stesso i mezzi dell'arte sua; innegabilissima sarà, ch'egli disonora l'arte e se stesso, cercando o ricevendo protezione o soccorsi di cui non ha egli bisogno; poichè i suoi mezzi per eseguire sono semplicemente poca carta, inchiostro, ed ingegno; mezzi che nessun principe gli può dare, se a lui gli ha negati natura. Ma, non è già delle arti così. Da prima, per esser elle opera di mano, raramente vi si acconciano persone altamente educate, ed agiate dei beni di fortuna; poi, perchè l'esecuzione di esse ne riesce faticosa, dispendiosa, ed incomoda, non ne può essere mai indipendente l'artefice. E in fatti, la pittura, che pure è la meno incomoda di tutte le belle arti, si può ella vantare di aver avuto mai alcuno eccellente artefice, che prezzolato non fosse? Una cosa che si fa per vendersi, abbisogna di compratore; ed ecco tosto la dipendenza e servitù di quell'arte. E benchè si vendano anche i libri, si possono pur fare senza venderli; e prima della stampa così accadeva per lo più. Ma un pittore, che abbia e molto e bene dipinto per serbare o donare i proprj quadri, non vi è stato mai; così, nè scultore delle sue statue; e molto meno architetto; che questo artefice più di tutti ha bisogno d'altrui per esercitar l'arte sua; ove però non si voglia egli contentare di dar vita alle sue idee nei semplici disegni.

La musica, nobilissima arte anch'essa, e la prima forse per muovere, e per esprimere (benchè passeggeramente) le passioni tutte e gli affetti; la musica potrebbe, in un certo aspetto, bastare ella pure a se stessa. Ma nei nostri tempi da alte persone non viene esercitata, se non per proprio diletto; inoltre, le sue creazioni abbisognano pure d'esecutori, poichè quelle carte notate sono mute per se stesse, se a farle parlare non vengono gli strumenti. E la musica vocale, che dee pur preferirsi a tutte l'altre, le quali altro non sono che una imperfetta imitazione di essa, la musica vocale è schiava nata dello scrittore; ed anzi (come già era in Grecia per lo più) non si dovrebbe ella mai scompagnar dal poeta.

Si lascino dunque proteggere dai principi queste quattro arti, che per se stesse o sussistere non possono, o non abbastanza fiorire; e che, anzi, dalla protezione e dai premi ottengono incoraggimento e miglioramento, senza che all'artefice ne scemi punto la fama. Ma le alte e sacre lettere, sdegnino, abborriscano, e sfuggano ogni protezione, come a loro mortifera; poichè pur tanto debbono elle scapitarvi, e per se stesse, e per gli artefici loro.

I principi, senza avvedersi forse della vera ragion che li muove, ricompensano in fatti le arti, e le fanno anzi stromento della loro grandezza. Non possono dissimulare a se stessi, che una vasta e bene architettata reggia, in cui, fra l'oro e i ben ideati arredi, campeggino molti dipinti e statue sublimi, ella è la maggiore e la più nobile parte del loro essere. Ben sanno i principi, che la stoltezza del volgo reputa veramente grande colui che in mezzo a cose preziose e grandi si ricovera. Ma sfuggono essi bensì di proteggere, di ricompensare, e d'accogliere i veramente alti scrittori; perchè al confronto di questi, appariscono vie più sempre minori essi stessi. Se il tiranno Dionisio avesse albergato nella sua reggia Platone, chi avrebbe più badato a Dionisio?

E benchè la scultura e pittura con una certa maschia libertà e filosofia possano lumeggiare i più utili tratti della storia antica, e consecrare le più libere imprese, nulladimeno, come arti mute, elle vengono lasciate fare, e di esse poco si teme. Un principe non darà forse per tema a un pittore la morte di Lucrezia; ma pure ne ricompenserà l'autore, e ne collocherà il quadro nella sua reggia, ancorchè il gran Bruto col ferro in mano, e pieno di mal talento contra i tiranni, nel quadro primeggi. Ma quello scrittore, che sovra Bruto dicesse tutto ciò che l'eccellente pittore dee e vuole farne pensare, e che la maestà di un tanto uomo richiede, non sarebbe certamente, nè egli nè il suo libro, egualmente ricompensato ed accolto nella reggia. E ciò perchè? perchè assai più dicono sopra Bruto le poche parole di Livio, di quello che mai esprimerà o farà pensare un Bruto dipinto, o scolpito; e il fosse pur anco da Michelangelo stesso, il quale solo era degno di ritrarlo. E le parole di Livio son queste: Juro, nec illos, nec alium quemquam regnare Romae passurum. (3)



CAPITOLO SESTO

Che il lustro momentaneo si può ottenere per via dei potenti; ma il vero ed eterno, dal solo valore.

Io non saprei dar principio migliore a questo capitolo, che citando alcune parole di Tacito. Meditatio et labor in posterum valescit; canorum et profluens, cum ipso scriptore simul extinctum est. (4)

Non credo io, nè pretendo asserire ed espor cose nuove; benchè forse non siano state trattate finora con questo stesso ordine: anzi, a me pare, che i medesimi artefici, così delle lettere, come delle arti, le sappiano tutte, quanto e più di me. E così mi fo io a credere, perchè altro non si legge nelle loro vite, fuorchè ora gli uni per compiacere ai principi protettori li lodarono non gli stimando; ora gli altri ricevettero da essi il tema dei loro poemi, libri, o quadri; questi lasciarono guastare i proprj disegni di templi, di palazzi, di pubbliche moli, dal capriccio, dall'ignoranza e presunzione dei protettori, ordinatori, o pagatori di esse: e tutti si vedono, in somma, aver sempre maladetto l'ora e il momento e la necessità, (dicon essi) che gli avea condotti a impacciarsi con gente che nulla intendendo, e tutto potendo, assai più atta riesce ad atterrire che a consigliare altrui.

Da codeste loro stesse moltiplicate e giuste doglianze, io dunque ne ritraggo la certezza, che gli uomini per lo più, anche riflettendo, e conoscendo, e palpando la vera cagione delle cose, pure ci si ingannano poi se medesimi; e rimane lor dubbio tuttavia se sappiano essi o no, che pur vi si ingannano. Questo accade semplicemente, perchè i più degli uomini non vogliono riconoscere nel presente il passato, e nel passato l'avvenire: o, per dir meglio, perchè non vogliono essi per lo più veder altro che il presente, ed anche male osservarlo.

E la ragione trivialissima, messa in campo da tutti; che il presente ci tocca assai più da presso; non si può assolutamente tollerare in bocca di nessun artefice di cose grandi: d'un uomo cioè, in cui suppongo, e deve albergare, una nobile e ardentissima fiamma d'amor di gloria, la quale, se non sola, almeno prima motrice a lui sia. Che se il poeta, l'oratore, o lo storico, o il filosofo, ardiscono pur pronunziare, ch'essi hanno bisogno di pane, con viso giustamente adirato rispondono loro i non vili: « E perchè dunque, abbisognando di pane, non vi destinaste voi da prima ad una qualche opera servile di mano? più certo era il pane; non era infame il mezzo; e non avreste così dovuto arrossire in riceverlo ».

Ma, ben mi avveggo che dai più degli uomini, sotto il nome sacrosanto di pane, si ricercano, e vogliono acquistarsi molti superflui comodi. Così, sotto il nome di fama, null'altro si va cercando dai più che un'aura passeggiera di vana glorietta, per cui correndo il loro nome per bocca dei loro contemporanei, accarezzati e considerati da essi ne vengano. E questa effimera distinzione, a cui non so qual nome si aspetti, per mezzo di una mediocre virtù protetta da una assoluta potenza, si ottiene. Ma il tempo, vendicator d'ogni torto, la riduce anche in polve ben presto, insieme colla stolta superbia e colla debile fama del protettore.

L'uomo che è nato capace d'esser sommo in un'arte, se alla naturale capacità egli aggiunge la tenace risoluzione di volersi far tale, io credo che prima d'ogni altra cosa egli debba piacere a se stesso; e per ciò, innanzi tutto, conoscere, stimare, e temere se stesso. Gli altri, sono uomini anch'essi; ma i più son minori di lui, e i pochi suoi eguali, o sono da invidia e da altre passioncelle acciecati, o essendo in tutto dediti a speculazioni diverse dalle sue, raramente sono giudici competenti, illuminati, e caldamente spassionati, dell'arte sua.

Il bello, sinonimo perfettamente del vero, è uno in ogni arte: ciascun uomo più o meno lo sente; ma chi può mai tanto sentirlo, quanto colui che lo può eseguire? Mille ostacoli impediscono il retto giudizio degli altri; ma, freddato interamente quell'impeto che allo scrittore era necessario pur tanto al creare, nulla può impedire in appresso il suo retto giudizio su le proprie opere; purchè soltanto egli voglia giudicarle da quella prima impressione che ne riceve il suo intelletto nel rileggerle, o farsele rileggere, allorchè non sono più affatto presenti alla di lui memoria. Il che può accadere facilmente a quel tale scrittore che avrà il savio metodo di far succedere l'una sua opera all'altra, per modo che lungamente le prime riposino. Ma, e dove vò io d'una in altra cosa saltando? al mio fine vò sempre; e troppo l'ho io nel cuore, perchè dalla mente ei mi sfugga. Il sommo artefice, cioè l'imitatore e ritrattore della natura, più forse quale ella potrebbe essere, che quale ella è pigliandola a parte a parte; l'artefice, dico, dee ascoltar quasi tutti, e non dispregiar mai nessuno; ma, formato ch'egli ha se stesso su gli ottimi che lo han preceduto, dee, più che ad ogni altro, piacere a quegli ottimi, e a se stesso; e ciò necessariamente importa, che egli piacerà poi a venti nazioni, a venti generazioni di uomini, in vece di piacere alla parte guasta di una. Né il sommo artefice dee così fare per orgoglio, ma per l'intima conoscenza del cuore umano ch'egli avrà acquistata leggendo, riflettendo, e pesando le passate cose; e per una intima conoscenza di se stesso, e delle proprie forze, ch'egli avrà acquistata esercitandole, e comparando se ai grandi di cui legge, e le cose sue alle loro, e le loro vicende alle sue. Ed ecco come il sublime sguardo dell'uomo che sommo vuol farsi, vede e misura ad un tratto il passato, il presente, e l'avvenire; conosce se stesso negli altri; gli altri in se stesso; e la natura, la verità, il retto, ed il bello conosce nella loro maggiore estensione, per quanto ad uom si conceda. Ora, un artefice che così fattamente pensa, si lascierà egli proteggere nell'esercizio di un'arte per se stessa sublime, a cui vede palpabilmente dagli esempj passati che la protezione ha arrecato minoramento di fama, e nel suo autore, e nell'opera? E colui, che ha necessità di appoggio per sostentarsi, può egli avere spinto tant'oltre il suo imparziale ragionare e riflettere? ed essendosi pure spinto fin là, non sceglierà egli piuttosto ogni altra via, che quella di un'arte sublime, per procacciarsi il più infimo indispensabile sostentamento?

L'uomo, che con qualche dritto si lusinga di conoscere il vero, e che si sente il nerbo di esporlo con forza ed eleganza, o dee avere il bastante per vivere, o contentarsi del pochissimo, o rinunziare all'impresa, o guastarla.

Ma io dicitor di paradossi parrò, se esemplificando non provo, o almeno non identifico il mio pensiero. « La fama di Virgilio è somma; chi non se ne appagherebbe? chi l'ha agguagliato, non che superato? ed egli era pure protetto e pasciuto da Augusto. » Rispondo: « La fama dei libri di Virgilio è somma; e tale, quasi per tutti i lati, la meritano; e quelle parti di essi, che possono essere combinabili colla timidità dell'autore, e coll'avvilimento della sua dipendenza, vi si scorgono tutte perfette; sceltezza e maestà di parlare, varietà e imitazione d'armonia, vivacità di colori, evidenza, brevità, costume, e mill'altre: ma la principalissima parte d'ogni scritto, che dee essere (per metà almeno) l'utile misto col dilettevole; quella parte divina, che ha per base il vero robusto pensare e sentire, totalmente quasi manca in Virgilio ». Alle prove. Discende Enea nell'inferno, e gli vien fatta la rassegna dei grandi uomini che sono per illustrar Roma, e per farla poi un giorno signora del mondo. Quale scrittore di verità, qual pensatore, qual gelido cronologista per anche, si attenterebbe fra questi di mentovarvi primi Cesare ed Augusto? e di mentovarli con ben altre lodi, che gli Scipioni, i Regoli, i Fabrizi, ed i Fabj, i quali seguono col misero corredo di pochissimi versi. Non contento di ciò, Virgilio spende diciannove altri eccellenti e toccantissimi versi per far menzione d'un Marcellotto nipotino d'Augusto, morto nell'adolescenza, il quale sarebbe affatto sconosciuto, se non era la vile sublimità di quei versi. Ma, per Catone, un mezzo verso basta a Virgilio; tre soli per Giunio Bruto; nè una parola pure per Marco Bruto. Molti altri grandi vi sono appena accennati; moltissimi preteriti del tutto, e fra questi (chi 'l crederebbe?) il gran Cicerone; perchè quel sommo oratore recentemente allora caduto era vittima di quella stessa tirannica mano d'Augusto, che, sanguinosa ancora e fumante del sangue dei cittadini romani, pasceva ed avviliva il niente romano poeta. Anzi, Cicerone dalla codardia di Virgilio viene espressamente insultato con quelle infami parole: Orabunt (alii) caussas meliùs; (5) nelle quali uno scrittore latino eccellente, con vile e menzognera sfacciataggine, gratuitamente accorda la palma della eloquenza ai Greci, o a chi la vorrà; e ciò soltanto per toglierla a Cicerone. Il lettore, a tai passi, ripieno di giusta indegnazione, è sforzato a gridar fra se stesso: « Ecco il pane di Augusto; ecco l'utile, che arrecano i principi protettori alle lettere; ecco l'inganno, la viltà, e l'errore, che non mai da essi, nè dai clienti loro, scompagnare si possono ».

Parmi innegabile, che Virgilio in questo luogo, e in mille altri simili, abbia voluto piacere ad Augusto più che a se stesso; e che in ciò solo abbia ardito scostarsi da Omero, il quale non tradì mai il vero e se stesso per adular chi che fosse; e che poco si sia egli ricordato della grandezza di Roma, e meno curato della propria fama fra i posteri. Virgilio dunque, nell'atto di scriver tal cosa, o non sentiva, o, (che peggio è) sentiva egli e tradiva l'importanza del sublime suo incarico fra i suoi coetanei; di essere il poeta nazionale di un popolo, il primo che mai fosse stato sul globo, e che ridottosi allora schiavo di fresco, non ne era ancora certamente divenuto l'ultimo. Virgilio non conoscea dunque se stesso, poichè non si supponeva da tanto, di potere, con la bellezza ed energia del suo verseggiare divino, riaccendere a libertà e a virtù quel popolo, qual ch'ei si fosse. E se egli anche non potea pure lusingarsi di tanto ottenere, un poeta veramente romano avrebbe soddisfatto almeno a se stesso, alla patria, e alla fama e gloria d'amendue, col solamente tentarlo. Ma, potremmo noi credere mai, che Virgilio, quel sovrano scrutatore degli umani affetti, queste cose tutte al par di noi non sapesse? no certo. Eppure ei fece il contrario; e perchè? perchè non seppe, o non ardì egli conoscere e stimare se stesso. E perciò egli ha fatto il suo libro assai minore di quello che avrebbe pur potuto e dovuto essere; e perciò egli ha fatto se stesso minor del suo libro.

Se egli dunque non avesse avuto nell'animo quella viltà, che sempre dà il pane principesco, assai maggiore sarebbe stato egli stesso, e quindi assai maggiore il suo libro. Che niuna cosa non viene chiamata mai somma, finchè si ha pure idea di un meglio, eseguibile. In un poema che ha per titolo, ROMA; quale, senza però darglielo, ha preteso di fare Virgilio; egli vi poteva e dovea inserire, per la parte robusta pensante e giovevole, una grandezza, verità, libertà, e forza, che invano vi si cercano. Virgilio dunque ha tradito in ciò la gloria di Roma, scambiandola (e non a caso) con quella dei Cesari; e ad un tempo stesso egli ha di gran lunga menomato la propria. E tutto ciò, perchè Virgilio non ha pienamente conosciuto, o voluto, o ardito conoscere, stimare, e piacere a se stesso.

E questa parola SE STESSO, ch'io tanto ribatto, si dee talmente dall'artefice in tutta la sua immensità immedesimare colla parola VERO, che quando egli dice dopo il maturo esame d'una opera sua, come d'una altrui, NON MI PIACE, equivaglia ciò per l'appunto al dire, NON CI È IL VERO: con quelle picciole restrizioni però, che le facoltà limitate dell'uomo richiedono pur sempre; ma, che non sostituiscono tuttavia mai il falso al vero.

Alcuni, per distruggere in una parola quanto io finora ho ragionato intorno a Virgilio, diranno; che egli non avrebbe forse scritto nulla, senza la protezione d'Augusto. Rispondo; che così può essere, e ch'io stesso così credo; e che a ogni modo noi dobbiamo pur essere molto tenuti ad Augusto di un tanto poema, in cui ciò che manca non si suol mettere in contrappeso dai più con tutto quel che vi abbonda. Gli amatori principalmente di poesia, che con tanto trasporto leggono e debbon leggere l'Eneide, così dicono; e così debbono dire. Ma chi specula in grande, è sforzato a giustamente conchiudere, che il bene di una cosa non ne toglie però il male; e che dovendosi cercare, per quanto è possibile, sempre quella perfezione che sta sola nel maggior utile, indispensabilmente ella si dee sempre originare o dalla schietta verità, o dalla finzione che venga a concludere in qualche utile verità. Quindi, anche gli amatori più caldi di Virgilio (e mi vanto io d'esser uno di quelli) debbono pur confessare, se intendono ed amano il vero, che Virgilio, nato cent'anni prima con le stesse sue doti, avrebbe fatto di tanto migliore il poema, di quanto quella Roma era miglior della sua; ovvero, che essendo anche nato sotto Augusto, se egli, provvisto delle prime necessità, avesse avuto sì fatta altezza nell'animo di tornarsene a scrivere liberamente il poema nella sua nativa palude, e che scrivendolo avesse avuto sempre in vista di piacere al vero e a se stesso, Virgilio in tal modo sarebbe pervenuto a piacere e a giovare assai più a' suoi coetanei, e a' suoi posteri: e tessuto avrebbe un poema tanto maggior di quel suo, quanto l'animo, i costumi, la vita, e la sublimità d'un vero saggio indipendente avanzano i costumi, la vita, e la bassezza d'un tiranno, e dei suoi cortigiani.

Quale romana storia agguagliare si potrebbe ai più luminosi e forti tratti di essa, espressi coi sublimi versi di Virgilio? A far rinascere Romani in Italia, quali insegnamenti più alti e più caldi si potevano mai lasciare ai venturi giovanetti, che le imprese dei Bruti, dei Fabj, e dei Deci, da Virgilio pennelleggiate? E se i diciannove versi da lui consecrati ad eternare la nullità di un Marcelluccio cesareo, con miglior senno consecrati gli avesse ad un Regolo, o ad uno Scipione romani, la immensa, e purissima gloria che glie ne ridonderebbe da tanti secoli; la soddisfazione, più cara ancora che la gloria, di avere con egregio stile laudata la egregia virtù; non gli sarebbero elle state più nobile e desiderabil guiderdone, che non quella disonorante mercede di non so quanti talenti da Livia donatigli? I versi eccellenti, consecrati a lodar la virtù, hanno la loro mercede in se stessi. Nessuno eroe romano ricevea mai guiderdone di danari dalla patria sua per aver fatto una nobile impresa; ed ardirebbe riceverla colui, che degnamente cantandola si mostra degno e capace di bisognando eseguirla?

L'amore dunque della fama presente e non vera, spesso fa perdere, e talvolta scemar, la futura, che sola è verace, e durevole. I sommi scrittori lascino per tanto ai mediocri godersi questa picciola e momentanea fama, che è veramente la loro, poichè se ne appagano, e poichè dalla altrui potenza si ottiene. Ma essi, caldi proseguitori della vera fama che sta in loro stessi, e che dal vero e dal tempo soltanto si ottiene, nessuno altro termine pongano alla loro virtuosa e nobile brama di giovar dilettando, se non se la infinita serie delle future generazioni. E sempre abbiano presente, che un Omero ha dato e vita e fama perenne ad Achille; ma che nessuno Achille mai, non che un Omero creare, bastato sarebbe colle proprie forze a dar vita e perenne fama a se stesso.



CAPITOLO SETTIMO

Quanto sia importante, che il letterato stimi con ragione se stesso.

Avendo io nel precedente capitolo, per quanto mi pare, dimostrato, che dal conoscere se stesso con intimo e pieno senso delle proprie facoltà, nasce la perfezione del letterato, e quindi la sua durevole fama; piacemi in questo di ragionare a lungo su la stima di se stesso, che dee necessariamente nello scrittore originarsi dalla intima e assennata di lui securtà nei proprj suoi mezzi.

E dico da prima, che da una tale stima vivamente sentita, e alle volte anche spinta alquanto oltre al vero, ne nasce il divino effetto di valere l'uomo assai più che non varrebbe per se stesso, se egli meno si stimasse. Questa idea di se, per quanto si può osservare dai fatti, ha generato sommi effetti, non solamente in alcuni individui, ma perfino nei popoli interi. Gli Spartani, Ateniesi, e Romani, attesa la smisurata opinione di se stessi, saputa loro infondere dai savi governi, fondata però su alcune vere basi, divennero in fatti per sì gran tempo superiori ai popoli tutti con cui ebbero che fare. E nei loro primi tempi, l'opinione di se stessi certamente avanzava la realità della loro forza: ma si verificò in appresso una tale opinione, perchè nel più delle cose, il crederle fortemente, le fa essere; come il debolmente crederle, cessare le fa. Ma, di nessuna si vede più pronto e sicuro questo effetto, che della opinione avuta da ciascuno individuo di se stesso. Non dico io per ciò, che ad essere un uomo grande basti il credersi tale; anzi, chi lo è, tale per lo più non si reputa: ma dico bensì, che a volerlo divenire, bisogna essere in se stesso convinto di averne tutta la capacità; e aggiungervi un intenso, e incessante volere; e il tutto corredare poi di quella saggia diffidenza di se, che non è nè viltà, nè coscienza della propria debolezza, ma un profondo sentimento della difficoltà e sublimità della perfezione.

Se dunque il letterato, uomo per se privatissimo e oscuro, senza nessun'altra potenza nè autorità, che quella del proprio ingegno; se il letterato osa pur concepire il sublime disegno di voler da se solo persuadere gli uomini, rettificare i loro pensieri, illuminarli, difenderli, dilettarli, convincerli, e far forza ai più; chiara cosa è, ch'egli dovrà aggiungere al molto ingegno naturale, alla dottrina necessaria e bastante al soggetto, al caldo e puro parlare, una altissima stima di se stesso: e non solamente la stima del proprio ingegno, ma della illibatezza dell'animo, del severo costume, della virtuosa e libera sua vita, non contaminata (per quanto si può) da nessuna macchia di timore, di dipendenza, nè di viltà. Che se egli non si reputa e conosce per tale, come ardirà lo scrittore insegnar la virtù, che non ha praticata? altro non sarebbe, che uno svergognare e condannare se stesso. Ma, se egli tal non si reputa, come potrà egli tale mostrarsi? Lo scrittore crede, e pretende, di parlare a tutti. Uno scrittore onorato non dee commettere alla carta veruna cosa, che egli in savia e ben costituita repubblica non ardirebbe pronunziare di bocca ad un popolo intero. Non dee dunque mai porre in iscritto cosa, che non creda esser vera e retta; e che, come tale, non segua primo egli stesso, per quanto è possibile.

Una moderna opinione, sfacciata ad un tempo e timida e vile, asserisce che il lettore dee giudicare il libro e non l'uomo. Io dico, e credo, e facile mi sarebbe il provare; che il libro è, e deve essere la quintessenza del suo scrittore; e che, se non è tale, egli sarà cattivo, debole, volgare, di poca vita, e di effetto nessuno. Ed eccone rapidamente le prove.

A voler fare vivamente sentire altrui, bisogna che vivissimamente senta lo scrittore egli primo: non si può mai fortemente esprimere ciò che debolmente si sente: un pensiero espresso debolmente perchè non è fortemente sentito da chi il concepisce, non potrà mai fare neppure una mediocre impressione in colui che lo legge: da queste tre verità, parmi che ne risulti una quarta; che se lo scrittore non è intimamente persuaso di ciò ch'egli dice, non persuaderà, nè commoverà mai nessuno; e quindi sarà per lo meno inutile il suo libro.

E sempre io parlo di calda, di forte, e di vivissima impressione, come della più importante parte d'ogni buon libro; perchè gli uomini tutti per lo più, e maggiormente i più schiavi (come siam noi) peccano tutti nel poco sentire. Credo, che ciò provenga (almeno in noi) dal troppo parlare, dal poco pensare, e dal nulla operare; esistenza affatto passiva, che ci è singolarmente toccata in sorte a questi tempi, come ho già più sopra osservato; sorte, di cui dobbiamo pure esser degni, poichè con tanta disinvoltura la sopportiamo: ed i più la sopportano, senza neppure avvedersene.

A così fatti popoli non si ardisce in nessun modo annunziare il vero di bocca; conviensi dunque a lor favellare per via degli scritti. Ma così forte e inveterato deve essere il loro callo, ch'io credo necessario il tuonare, per fargli appena appena sentire. Ogni lievissimo cenno è troppo per aizzare la tigre e il leone; ma qual pungolo è mai troppo acuto per inferocire il placido aggiogato bue? Quindi, ogni libro debole di pensieri, e di stile, riuscirà fra noi di nessunissimo effetto; ed ogni forte libro, di picciolissimo effetto riuscirà. Non potendo dunque lo scrittore ottenere una commozione, che egli fortissimamente non provasse prima in se stesso; nè potendola egli in tal modo provare, e causare in altrui, se le cose da lui inculcate non praticava egli primo; ne risulta, che uno scrittore non ha fatto mai un forte e buon libro, senza stimare se stesso moltissimo. Ma, può egli moltissimo stimare se stesso, senza essersi fatto assolutamente libero da ogni servitù di coloro ch'egli stimare non debbe, nè può? Ed essendo egli ingegnoso, libero, virtuoso, costumato, eloquente, potrà egli mai mancar d'alti sensi, nè di giusto ardire, nè di luminose idee, nè di forti, splendidi, e sublimi colori per esprimerle?

Si osservi, che se a Virgilio (come già dissi) è mancata l'energia d'animo, che richiedeasi in un Romano che a Romani parlava, la cagion principale ne fu, che egli debolmente sentiva, e se stesso non istimava, nè stimare potea. Quindi è, che oltre il timore d'Augusto, anche la vergogna di se stesso lo trattenea dal dare certi tocchi risentiti, feroci, e verissimi, i quali smentito avrebbero pur troppo la sua vita servile. E se alcuno volesse anche trovare da ridere in un autor così grave, l'osservi in quei pochi suoi passi, dove egli pur vuole parer cittadino; e lo vedrà procedere con timidità tanta, e con tante cautele, che la di lui pusillanime cittadinanza lo svela, anche più che le ardite sue adulazioni, per un vile liberto di Augusto. Ma, chi vorrà pur trovarvi onde piangere, e con ragione, da quegli stessi passi ne ricaverà non picciolo dolore, riflettendo che da quei mezzi tocchi, e da quelle massimette di semilibertà snervate in versi eleganti, ne nasce assai più danno che utile alla universalità dei lettori. Dal poco dire, ne risulta il meno sentire; e dal sentir poco, allorchè un tale effetto si trae da un autore di grido com'è Virgilio, se ne cava questa falsa induzione; che in un buon libro (e massime di poesia) molte cose importantissime vi si debbano piuttosto tacere, o appena accennare, che scolpire. Non mancava a Virgilio null'altro, che l'alto e robusto pensar di Lucano; ma questa mancanza ad ogni pagina vi si fa grandemente sentire. Se non isbaglio, gli epiteti sono quelli che meglio svelano l'animo, le circostanze, e il più o men forte sentire dello scrittore. Esaminiamo rapidamente, sotto questo aspetto, l'epitetar di Virgilio.

Nel sesto libro, parlando egli d'Augusto, ne dice in diciotto versi ciò che mai d'uomo nessuno dir non potrebbesi senza sfacciata menzogna, e senza che parimente non arrossissero il lodatore e il lodato: ma in quei diciotto versi non ci osservo altro che il vile. Proseguiamo. Nominando egli i Tarquini, cioè quegli abbominevoli tiranni, la cui sola espulsione di Roma la fece poi grande, Virgilio dice: Tarquinios reges; (6) e non vi aggiunge epiteto nessuno: perchè ogni giusto epiteto che avesse loro dato, veniva ad essere per l'appunto l'epiteto, che in vece dei diciotto versi sopraccennati, meritamente e solo spettava ad Augusto. E si noti, che il buon Virgilio dice: Tarquinios reges; neppure osando dire tyrannos; ed ecco il timido e ingannevole poeta, che scrive, non pei Romani, no, ma pel principe che lo pasce. Più oltre, menzionando Giunio Bruto, cioè il liberatore, e quindi il fondatore vero di Roma, dice il leggiadro poeta: animamque superbam ultoris Bruti; (7) ed ecco il non cittadino, il traditor della gloria, della libertà, e dell'utile verace di Roma. Falsissimo, vile, ed iniquo pensiero fu il suo, di non dire, per la patria liberata da un Bruto, altro che animamque superbam; e di avvelenare ancora quell'epiteto già improprio, coll'aggiunto di ultoris Bruti; come se Bruto non fosse stato mosso da altro impulso, che dalla privata vendetta; e altra impresa non avesse egli a fine condotta, che il vendicare la contaminata Lucrezia. Ma, per i figli condannati dal padre (tratto, la cui ferocia non può essere scusata, nè abbellita, se non dalla riacquistata libertà) ci impiega egli maliziosamente quattro versi, sparsi di veleno cortigianesco; in cui dovendogli sfuggire per forza l'epiteto di pulcra a libertate, intieramente lo cancella tosto coll'aggiungervi in fine il laudumque immensa cupido; (8) e con ciò Virgilio viene a dipingerci Bruto, non come un cittadino liberatore, ma come un vendicatore crudele e vanaglorioso.

Che ne risulta da un così fatto scrivere? o il lettore, che non conosce Bruto altrimenti che da Virgilio, piglierà più avversione che amore per Bruto; e, stimando più le private virtù che le pubbliche, abborrirà il parricida, senza badare al liberator della patria; tollererà gli Augusti; li crederà per anche necessarj alla pubblica felicità: ovvero il lettore, iniziato già nelle cose romane da Livio, nulla potendo aggiungere alla stima e venerazione ch'egli avea già concepita per Bruto, molto aggiungerà pur troppo al disprezzo ch'egli giustamente anche concepito avea per Virgilio ed Augusto, nel leggerne le sopra mentovate lodi, non meno indiscrete che vili. Ma questo falso e debole pensare, potea egli forse provenire in Virgilio dall'avere egli stimato in suo core maggiormente Augusto che Bruto? niuno è, che ciò creda. Non proviene dunque questa virgiliana viltà da null'altro, se non dall'aver Virgilio anteposto gli agj e gli onori del corpo alla altezza e chiarezza della propria fama; dall'aver egli temuto più la povertà che l'infamia; dall'aver egli riguardato Augusto come il tutto, e Roma come il nulla; dall'avere egli in somma tenuto se stesso minor d'un tiranno.

Il sublime letterato, a parer mio, si dee dunque stimare più che uomo nessuno, se egli non vuol tradire la sacrosanta causa dei più, che sempre dev'essere quella, che in mille diversi modi egli tratta. E gli orgogliosi re, che scambiando la loro illimitata potenza con se stessi, si credono essere il tutto, e sono il perfettissimo nulla, debbono ai sani occhi del letterato il nulla parere: che tanto divario corre per l'appunto fra un illustre scrittore ed un volgar re, quanto ne correa tra un cittadino romano ed un servo asiatico eunuco.

Ma, parole al vento gittate sarebbero le mie, se altro aggiungessi per provar la supremazia del sublime ingegno su la volgare potenza: mi pare bensì di dover dir qualche cosa su la preeminenza tra un principe grande, e un grande scrittore; rarissime e sublimi piante l'una e l'altra, ma assai più rara, e sempre meno sublime, la prima.



CAPITOLO OTTAVO

Qual sia maggior cosa; o un grande scrittore, o un principe grande.

Se tutti i pregi che si richiedono per fare il sublime scrittore, si trovassero pure riuniti in un principe, di quanto non dovrebbe egli primeggiar sovra tutti, poichè egli può operar tante cose, che lo scrittore può appena accennare? Questa mi pare una questione da doversi esaminare profondamente, per la semplice soddisfazione e persuasione dei più; che se io dovessi parlare a quei soli pochi, che giudicano per forza d'intimo sentimento, non la tratterei altrimenti. Ricapitolerei soltanto tutti i pregi dello scrittore sublime; cioè, sommo ingegno, integrità somma, conoscenza piena del vero, e non minore ardire nel praticarlo e nel dirlo. Da questo solo novero, verrei bastantemente a dimostrare, che se tali e tante doti potessero per semplice forza di natura trionfare degli ostacoli annessi al nascimento e educazione del principe, un uomo che se ne trovasse fornito, inorridirebbe tosto dell'esser principe, ed immediatamente cesserebbe di esserlo; e, divenendo facitore di così savie leggi che impedissero per sempre ogni futuro principe, egli verrebbe in tal modo (senza avvedersene) ad essere ad un tempo il primo degli scrittori tutti, e il solo vero gran principe che vi fosse mai stato. Dei tali non ne conosco dalle storie, che un solo: Licurgo, che di re si facea legislatore, poi cittadino; e quindi finalmente esule si faceva della riprocreata sua patria, per dare così più valore alle proprie leggi, acquetando con la sua lontananza l'invidia. Agide, e Cleomene, tentarono la stessa cosa più secoli dopo: il primo perì nella impresa; il secondo non la riuscì interamente. Per ciò la gloria loro è minore di quella di Licurgo; ma di gran lunga maggiore di quella d'ogni altro principe.

Ma si lasci a parte questa specie di grandezza, principesca ad un tempo e cittadinesca ed umana, la quale, per essere troppo sublime, se non vi fosse stato un Licurgo, verrebbe riputata più ideale che vera. Parliamo per ora delle tre specie di principi grandi di grandezza principesca soltanto; che appunto di tre sorti ce ne somministra alcuni, ed anche rari esempli, la storia. Scegliendo dunque un principe grande di ciascuna classe, e paragonandolo a un veramente grande scrittore, (e di questi non ve n'è se non d'una sola) mi affido di evidentemente dimostrare la verità.

La esatta misura della fama meritata e acquistata, innegabilmente sta nel maggiore o minore utile che si è arrecato agli uomini con imprese difficili, ardite, laboriose, e grandi, sì per se stesse, che pe' loro effetti. I principi che noi chiamiamo grandi, erano eglino conquistatori? La loro virtù è dunque stata utile soltanto ai pochi dei loro sudditi, dannosa ai più, distruttiva pei moltissimi uomini vicini, incognita o di nessun effetto ai lontani, di debole esempio o di tristo incitamento ai loro successori, e in fine di sterile maraviglia alle susseguenti generazioni. Erano eglino legislatori? ma essi fondavano assoluti principati, e non repubbliche mai. E, fondando governi assoluti, hanno insultati ed oppressi i più; hanno innalzati, insuperbiti, e fatti o lasciati essere oppressori i pochi e malvagj: quindi la loro fama, in proporzione dell'utile arrecato agli uomini, riesce pur sempre picciolissima o nulla agli occhi dei savj; ed agli occhi della moltitudine è durata quanto l'imperio loro, o poco più. In fatti, per quanto sia stato grande Numa, credo che la fama di Giunio Bruto in Roma avanzasse di gran lunga, e giustamente, la sua; poichè Numa con tante savie leggi non avea però potuto o voluto impedire le seguenti tirannidi, che avvilita ed oppressa la tennero; e Bruto all'incontro, con una sola generosissima impresa, avea stabilito quella libertà da cui nacque la vera Roma, che fu poi per tre secoli la maggiore e la più perfetta cosa pubblica di cui si abbia esempio nel mondo. O, finalmente, grandi erano codesti principi per avere, in un regno già stabilito, governati i lor popoli con somma politica, umanità, e dolcezza? ora, qual trista specie di uomini è dunque codesta dei principi, a cui viene ascritto come somma virtù, a cui acquista immensa fama ed eterna, il semplice esercizio del loro più stretto dovere? esercizio, al quale (se essi ben distinguono le cose) va annessa ad un tempo con il maggior loro utile la loro propria intera e sola felicità. Fu egli mai riputato sommo verun giudice, pel non commettere evidenti ingiustizie? verun pastore, per non disperdere il proprio gregge? verun padre, pel non trucidare i suoi figli? un uomo, in somma, è egli tenuto maggiore degli altri, soltanto per non esser egli e scellerato e crudele? Così è, pur troppo! Tanta è la facilità, la possibilità, e l'invito al mal fare per chi sta sul trono, che chi, nol facendo, ha operato, o lasciato operare dalle leggi un certo anche minimo bene, è stato riputato grandissimo. E, vista la nostra debile ed insolente natura, allorchè alcun freno possente non la corregge, un tale principe si dee pur troppo riputare grandissimo.

Fra queste tre specie di principi magnati, piglierò per esempio della prima, Alessandro; della seconda, Ciro; della terza, Tito: e paragonerò l'utile da essi arrecato agli uomini, e quindi la somma della loro fama, alla fama ed utilità arrecata da un solo valente scrittore; e sia questi il più antico; il gran padre Omero.

Alessandro, le cui vittorie e conquiste da nessun principe non furono mai agguagliate, non giovò ai Macedoni; perchè, della infinita gente ch'egli estrasse dal proprio regno, il più gran numero ne periva nell'Asia; e dei pochi che si arricchirono della preda dei Persj, niuno quasi ne ritornava in Macedonia: e questa, allo svanire di quell'aura prima di gloria che al popolo conquistatore si aspetta, rimanea un picciolo regno da se, poco o nulla serbando di quelle sue già tante conquiste. Alessandro ai Greci non giovò, poichè dalla epoca sua si deve ripetere la intera cessazione della lor libertà, per cui sola i Greci si erano creati il primo popolo della terra: ai Persj non giovò, poichè distruggea il loro impero, smembrandolo: agli altri popoli del globo non arrecò nè utile, nè danno: ai principi nati dopo lui, e che senza le sue virtù imitare lo vollero, gran danno arrecò; e più ancora ai popoli posteriori, che furono di quelle mal nate abortive ambizioni la vittima: Alessandro, in fine, alla universalità delle successive generazioni null'altro lasciò di se stesso, se non il terrore, o la maraviglia, del nome.

Ciro giovò ai Persj fondando il loro impero, e assicurandolo con savie leggi; per quanto pure elle siano combinabili col governo d'un solo. Ma Ciro, come avviene in ogni principato, assai più giovò ai suoi successori re, che non ai suoi popoli. E in prova di ciò, tolta una certa disciplina militare, che neppur molto durava, e che in nulla era da paragonarsi alla greca e romana dappoi, in qual virtù, in quale arte divennero mai eccellenti i Persiani? quai lumi ebbero? quali ne arrecarono alle soggiogate nazioni? quai tratti di sublime grandezza d'animo ci hanno tramandati le loro storie? dove sono le loro storie? Un vasto e muto silenzio di molti secoli, interrotto di tempo in tempo da milioni di schiavi armati, e sempre disfatti da poche centinaia di Greci liberi, ogniqualvolta all'Europa affacciavansi; è questa la storia della nazione che nacque dalle leggi di Ciro: e se i greci scrittori stati non fossero, nè di Ciro, nè de' suoi Persj, il nome pure pervenuto sarebbeci. L'utile arrecato da questo conquistatore legislatore a' suoi popoli, fu dunque assai picciolo; alle remote nazioni fu assolutamente nullo; alle postere, nullo: ed il nome di Ciro, per essere più antico e non Greco, è anche rimasto assai minore di quello d'Alessandro. Tanto è vero, che negli imperj assoluti non viene nulla più riputato chi fonda che chi distrugge: ed è questa una tacita giustizia degli uomini, che con ciò dimostrano, che negli assoluti imperj anco il fondare è un mero distruggere.

Tito, appellato delizia del genere umano, giovò per pochi anni a Roma col rispettare alquanto le leggi da' suoi predecessori barbaramente straziate; ma non ne fece pur niuna, che saldamente impedire potesse ai successori suoi di commettere le atrocità dei suoi antecessori. Qual utile effimero fu dunque mai questo? Perdonò Tito ad alcuni congiurati; ma ciò fece anche Augusto, e lo stesso Tiberio. Potea Tito giovare grandemente a Roma, tentando almeno di rifarla libera e virtuosa; ma ad una tal cosa neppure ei pensava. All'universale degli uomini non giovò egli, nè nocque; null'altro di lui rimane, che il nome; e questo si va proponendo ogni giorno per modello ai principi tutti. Tito non è perciò imitato; ma se pure il fosse, quale utile ne risulterebbe ai popoli sudditi? un brevissimo istante di precario respiro, per poi risoffrire al doppio le oppressioni del successore. Ed in fatti, se anco da noi tutti non si dovesse aver mai altri principi, che dei simili a Tito, ne saremmo quindi noi forse maggiormente uomini? nol credo; poichè i Romani non ridivennero maggiormente Romani sotto Tito, nè sotto Trajano, nè sotto gli Antonini, di quello che il fossero sotto Augusto, Tiberio, e Nerone. I veri Romani, cioè l'adunanza di tutte le virtù possibili in un ente umano, erano quella tal pianta, che allignar ben doveva a tempo dei Bruti, dei Catoni, e dei Fabj; ma, all'ombra dei Titi e dei Trajani, non mai.

Esaminate queste tre specie di principi grandi, veniamo presentemente al grande scrittore. Omero, verde e fresco dopo più di due mille anni, come se ier l'altro ei vivesse, agli uomini tutti presenti e futuri giova e gioverà; nè ad alcuno mai nocque, se non a chi volle, senza averne l'ingegno, imitarlo. La virtù, e la sublimità egli insegna; il cuore dell'uomo sviluppa e commove: guerriero egli e legislatore, amico degli uomini e del vero, gli illumina discoprendolo. Ed a così immenso giovamento quanto dal suo insegnare si trae, vi si aggiunge di più quell'immenso diletto che a tutti egli arreca; cosa che nessun gran principe, neppure giovando, non arrecava ai popoli mai. Omero fu invidiato da Alessandro, senza accorgersene questi, nello invidiargli Achille: ma, se Omero rivivendo paragonasse la sua propria fama a quella d'Alessandro, non credo io che egli mai Alessandro invidiasse.

Ma, quando anche in vita fossero essi stati, o sembrati uguali il gran principe e il grande scrittore, eguale non può mai essere in appresso la loro memoria e fama, per due potentissime ragioni. Prima; che il principe non può aver giovato che ai soli suoi popoli, e per un dato tempo; lo scrittore a tutti, e per sempre. Seconda; che il principe ha tratto la propria grandezza da mezzi che non erano in lui stesso; poichè, se non avesse egli avuto e stato e potenza, nessuna delle sue imprese avrebbe potuta condurre a buon fine: ed inoltre, di cotesta sua propria grandezza niuno stabile effetto ai posteri ne può il principe tramandare; null'altro del suo alla voracità del tempo involandosi, fuorchè la memoria ed il nome: e questi anche, se debbono rimanere grandi davvero, abbisognano pur sempre d'un grande scrittore. Al contrario lo scrittore sublime, tutto in se stesso, ed in se solo, trovando; fabro egli solo della propria grandezza, non meno che dell'utile altrui; alle seguenti età tramanda eternamente la viva sua fama, non quasi un vuoto nome, ma corroborata e giustificata dal proprio libro.



CAPITOLO NONO

Se sia vero, che le lettere debbano maggiormente prosperare nel principato, che nella repubblica.

Ragionando io da sì gran tempo di letterati e di principi, mi si para naturalmente innanzi una questione che par meritare capitolo da se; benchè molte parti di essa io ne sia venute accennando nel corso di questo libro secondo. « Le lettere, debbono elle veramente più prosperare nel principato che nella repubblica? e, se così è, quale ne può essere la trista e lamentevole cagione? il difetto di tal cosa sta egli nelle lettere stesse, o nei letterati, o nei popoli fra cui, e per cui questi scrivono? »

Di queste cose tutte, quanto potrò più brevemente sviluppandole, discorrerò. Ecco da prima, che se ai fatti ricorro, trovo pur troppo, che dei quattro secoli, in cui con lunghi intervalli fiorirono le lettere, tranne il primo e il più fecondo, quello di Atene libera, gli altri tre furono senza dubbio promossi e per così dire covati dai principi di cui conservano i nomi. Quindi, se imprendo ad esaminare la non lunga rassegna degli altissimi scrittori d'ogni nazione e d'ogni secolo, trovo il numero dei nati in principato per lo meno eguale al numero dei nati in repubblica; e la loro eccellenza trovo pur anche divisa; ma non però tanto, che la vera e massima eccellenza (cioè la massima utilità) non si debba originare quasichè tutta dai letterati nati in repubblica. Gradatamente poscia ritrovo la seconda e minore eccellenza presso i nati in principato, ma non fattisi nè lasciatisi proteggere. La terza ed infima eccellenza finalmente ritrovo per lo più negli scrittori nati schiavi, rifattisi poi doppiamente schiavi; e, come tali, pagati, inceppati, e protetti.

E venendo agli esempj, se fra gli scrittori tutti noi poniamo in prima riga i sommi filosofi, che, come padri d'ogni lume, ci si debbono di necessità collocare; bisogna pur confessare, che questi erano tutti Greci; cioè liberi: e non erano, nè Egizi, nè Indiani, nè Persj, nè Assirj. E bisogna aggiungere, che non solamente erano liberi, ma anche sprotetti, e spesso anzi perseguitati. Tali furono Socrate, Platone, e Pittagora. A questi tre seguita e cede, a parere del retto giudizio, Aristotile; che la macchia d'essere stato pedagogo di Alessandro, e d'esserne nato suddito in Stagira, non poco pure oscurare dovea la sua fama fra i Greci, e alquanto forse la sua filosofia indebolire e minorare.

Ma non credo necessario di annoverare i tanti e tanti altri filosofi capi-setta, di cui la Grecia libera abbondò, per darla interamente vinta per questa parte di letteratura alle repubbliche. Lo investigare altamente le cagioni delle cose, e principalmente le morali, non fu, nè potea esser mai l'arte, non che promossa e protetta, ma nè pur tollerata ne' suoi cominciamenti, dal principe; il quale, fra le cagioni d'ogni male politico, non può ignorare d'esser egli la maggiore e la prima.

Se la filosofia seguitiamo traspiantata di Grecia in Italia, i veri romani filosofi troviamo pure essere stati quasi tutti anteriori ad Augusto: Panezio, Varrone, Lucrezio, Catone; ed in ultimo, maggiore di tutti, il gran Tullio; figlio, a dir vero, di morente repubblica, ma scrittore pure, e pensatore, non degno di nascente tirannide. Filosofi investigatori di politiche e morali verità, l'Italia non ne ebbe dappoi quasi niuno di vaglia, infino al Machiavello. Questi, profondissimo in tutto ciò che spetta ai governi, nella sublime e intera cognizione e sviluppo del cuor dell'uomo inimitabil maestro, è stato e merita d'essere capo-setta fra noi. Ma il Machiavello è pure anche figlio di una tal quale agonizzante repubblica: e benchè con alcune dediche ai medícei tiranni disonorasse egli alquanto se stesso, pure da essi per somma ventura sua non essendo stato protetto, luminosamente perciò scrisse il vero. Ciò non ostante, come pianta troppo straniera alla Italia serva e avvilita, poco fu egli considerato, e poco letto, e assai meno meditato e inteso finch'egli visse; dopo morte, rimase assai screditato ed egli e il suo libro. E circa a quest'autore mi conviene qui di passo osservare una strana bizzarria dell'ingegno umano; ed è, che dal solo suo libro del principe si potrebbero qua e là ricavare alcune massime immorali e tiranniche; e queste dall'autore sono messe in luce (a chi ben riflette) molto più per disvelare ai popoli le ambiziose e avvedute crudeltà dei principi, che non certamente per insegnare ai principi a praticarle; poichè essi più o meno sempre le adoprano, le hanno adoprate, e le adopreranno, secondo il loro bisogno ingegno e destrezza. All'incontro, il Machiavello nelle storie, e nei discorsi sopra Tito Livio, ad ogni sua parola e pensiero, respira libertà, giustizia, acume, verità, ed altezza di animo somma: onde chiunque ben legge, e molto sente, e nell'autore s'immedesima, non può riuscire se non un focoso entusiasta di libertà, e un illuminatissimo amatore d'ogni politica virtù. Eppure, il Machiavello, proscritto dai principi per mera vergogna di se stessi, e dai popoli poco letto e niente meditato, volgarmente viene da tutti creduto un vile precettore di tirannia, di vizi, e di viltà. Né sarà questa una delle minori prove in favore di quanto asserisco; che i filosofi non possono essere mai pianta di servitù; poichè la moderna Italia, in ogni servire maestra, il solo vero filosofo politico ch'ella abbia avuto finora, non lo conosce, nè stima.

A voler poscia seguitare le tracce della filosofia ne' suoi lenti e luminosi progressi, ci conviene varcar monti e mari, per ritrovar Bacone, Locke, e pochi altri, ma tutti figli di libertà. La Francia, così colta pel rimanente, non potea pure mai, come serva ch'ella era, procreare filosofi sommi, e massime in politica; o se pur li creò, non poteva allevargli e serbarli. Bayle ne fa prova, il quale, per poter essere filosofo vero, e scrivere come tale, si trovò costretto di cessar d'essere Francese, e di ricoverarsi in Olanda. Montaigne, oltre lo stemma gentilizio, (che in quei tempi serviva ancora d'usbergo) dalle due tirannidi e principesca e pretesca si sottrasse anche dietro alla scorza del pirronismo, e di un certo molle faceto, che tutti i suoi scritti veramente filosofici avviluppa, senza punto contaminarli. Montesquieu, in questi ultimi tempi, alquanto più ardiva, ma non però mai abbastanza; il che di tanto più gran macchia alla sua fama riesce, quanto si vede benissimo da ciascuno, che egli per solo timore tacque, o adombrò, o intralciò quelle semplici ed alte verità, le quali egli pure assai vivamente nel più profondo del cuore sentiva.

E, senza più dire dei filosofi, parmi dagli esempli aver provato abbastanza, che quella filosofia, ch'io volentieri chiamerei LA SCIENZA DELL'UOMO, e che è la prima parte e base d'ogni vera letteratura, viene sbandita, perseguitata, ed oppressa dal principato; e sarebbe oramai dal mondo estirpata, se in diversi tempi le diverse repubbliche ricoverata non l'avessero. E quella parte di essa, che diviene poi il necessario condimento d'ogni qualunque libro, si vede più o meno negli scritti abbondare, secondo che più o meno è schiavo l'autore, ed il popolo nella cui lingua egli scrive.

Esaminiamo ora gli oratori. Da prima, se io miro ai due sommi, Demostene e Cicerone, erano pur nati in repubblica: e di quanti altri ottimi la Grecia e Roma non abbondarono? Ma, se lo sguardo rivolgo ai moderni oratori di principato, li trovo esser pochi, e assai meno grandi, e vuoti di cose, e neppure sanamente adorni di faconde e sublimi parole; e in somma, di politici li veggo trasfigurati interamente in sacri, o in panegiristi: ottimi forse in tal genere, ma molto meno conosciuti, e letti, e gustati; i sacri, per essere la materia che trattano, più venerata che amata; i panegiristi, nauseosi quasi sempre, come vili menzogneri tributarj o del vizio, o dell'errore potente; e come tali, meritamente obbliati. E quali altri oratori può esservi nel principato? che hanno eglino a dire? dove a parlare? chi ad ascoltarli?

Passiamo agli storici. Tra la inutile folla di essi, pochi pur sempre ritrovo essere stati gli storici sommi; ed erano Greci, ed eran Romani, e sono Inglesi; cioè sempre, e liberi, e non protetti scrittori. E chi si attenterà di mettere gli storici schiavi e protetti a confronto dei liberi sprotetti? Tucidide, Polibio, Senofonte; Livio, Sallustio, Tacito; Hume, Robertson, Gibbon; si udiranno forse a fronte di costoro rammentare i Patercoli, i Flori, i Varchi, i Segni, gli Adriani, i Guicciardini, i Du Thou, i d'Orleans, o che so io? E tralascio tante migliaja d'altri storici non saputi, non letti, e non apprezzati; sì, perchè timidi tessitori erano di storie di paesi che non avendo prodotto uomini nulla insegnano all'uomo, e non meritano quindi d'essere conosciuti; sì, perchè in ogni parte costoro si mostravan minori del loro già niente alto tema.

Ma, se ai poeti vengo; oimè! che io veggo questa sublime e prima classe di letterati contaminata quasi sempre, e deviata, e spogliata d'ogni utilità, ed anzi fatta espressamente dannosa, dalla pestifera influenza del principato. Né mi si apponga ora a contraddizione, se i poeti vengono qui da me intitolati la prima classe di letterati; avendo io pur dianzi attribuito il primato alla filosofia. Giustamente io reputo la classe dei poeti essere la prima, in quanto giudico che debbano essi, secondo l'arte loro, essere anche profondi filosofi; e dovendo pur anco essere caldi efficaci oratori, e, sopra tutto questo, poeti; a loro si aspetta certamente (allor che son tali) la primazía fra i letterati, come alla filosofia spetta il primato fra le lettere.

Pure, anche traendo esempj di poeti, troverei, annoverandogli, e la loro vita adducendo, che i più, e i maggiori, se non erano nati liberi, erano però liberissimi d'animo, giusti estimatori della politica libertà, e abborritori nel loro cuore di quella stessa tirannide che spesso li proteggeva o pasceva. Ma, fra gli altri esempj, giova pure non poco a provare il mio assunto, l'essere stato e libero e non protetto il principe e padre di tutti i poeti. Omero, cieco e mendico, non si sa pure, e non apparisce da' suoi scritti, che egli tremasse di nessun principe, nè che da alcuno di essi cercasse, o ricevesse protezione; non è contaminato di adulazione nessuna il suo libro; e la sua fama non è meno pura, che immensa ed eterna. Esiodo parimente, non si sa ch'egli soggiacesse a protezione principesca. Ed ecco a buon conto i due, che per essere stati i più antichi si possono riguardare come inventori e fondatori dell'arte; ecco, che ritrovata pur l'hanno, e cotant'oltre portata, senza la macchia di principe proteggente. Esaminando poi i progressi di quest'arte divina, si trova la poesia fatta gigante nella Grecia, dove non v'era principe niuno a promuoverla. La lirica fra le mani di Orfeo, d'Alcéo, di Saffo, e sommamente di Pindaro, ritrova e fissa la sua inagguagliabile perfezione. Così la drammatica, da Eschilo, da Sofocle, da Euripide, e da Aristofane, riceve principio e compimento perfetto, senza che protezione di principe unico non v'entri per nulla: ma v'entrava per molto bensì la onorevole, e non mai rifiutabile protezione del principe popolo; e tale era, fortunatamente per l'arte, il popolo d'Atene. E così la egloga pastorale, le satire, ed ogni specie in somma di poesia, nacque e si perfezionò fra i Greci, senza l'insultante mortifero ajuto di nessuna assoluta ed unica potestà. Che se gli altri tre secoli letterarj videro crescere all'ombra del principe quei sommi poeti di cui si fregiarono, la maestà e sublimità di quei primi Greci varrà ben tanto (io spero) da potere ella sola starsene a fronte di tutti questi altri poeti; i quali di ogni cosa sono debitori più assai alla loro imitazione di quei sommi Greci, che non all'ajuto dei loro sozzi ed inetti protettori. E se a Virgilio avesse mancato l'appoggio d'Omero, di Esiodo, e di Teocrito, che avrebbe egli creato col solo appoggio d'Augusto? E che sarebbero in somma pressochè tutti i poeti nostri moderni, e i teatrali specialmente, se i Greci, inventori d'ogni cosa perchè erano liberi, non avessero a loro insegnato ogni cosa; e se, in tal modo, non gli avessero protetti di necessaria, verace, e non vergognosa protezione?

Dagli esempj ricavati da ogni specie di letterati, parmi dunque aver chiaramente provato; che le lettere tutte, come semplicemente dilettevoli, hanno tanto maggiormente prosperato in repubblica che nel principato, di quanto è di gran lunga superiore l'inventare al solo imitare; e che, come utili, le lettere vi hanno tanto maggiormente prosperato, quanto la filosofia, storia, e oratoria, prese in se stesse, possono riuscire più giovevoli che la nuda poesia. Ma questa sola può allignare nel principato, massimamente allorchè nulla dice: ed anco allignare vi può dicendo pur qualche cosa; e ciò, mercè il velo sotto cui ella le tre altre nasconde. La trista cagione, per cui la poesia (ma deviata sempre moltissimo dal suo vero fine) può sola prosperare nel principato, parmi essere, da prima, il lenocinio del diletto, che anche sovra i duri cuori dei dominanti può molto; in oltre, dall'essere la poesia finzione, ne nasce la lusinga nel principe, che seducendo egli o corrompendone l'artefice, potrà ottenervi luogo a se stesso, e sorrepire in tal modo presso ai posteri una fama non meritata. L'attribuisco, oltre ciò, all'essere necessariamente arte del poeta il parlar d'ogni cosa, ma il non discuterne nè dimostrarne alcuna; all'essere la poesia per lo più molto maggiore motrice di affetti nell'animo, che di pensieri nella mente; al potere il poeta, mercè delle imagini, parlare agli occhi; mercè del numero, agli orecchi; mercè dell'eleganza, alla sottigliezza del gusto; e tutto ciò, senza che l'intelletto pensante gran parte vi prenda: lo attribuisco in fine al potere il poeta esser sommo (o almeno parerlo) senza che sommo sia ciò ch'ei dice, purchè lo sia il modo con cui lo dice. E tali erano in fatti quasi tutti i moderni poeti: e indistintamente tali sono stati, e saranno, tutti i non liberi e protetti scrittori. Credo, che tutte queste allegate ragioni fan sì, che agli occhi del principe la poesia sola trovi grazia; e che perciò ella sola possa fino a un certo segno prosperare, e prosperato abbia, nel principato: ma non però mai quella sublime poesia, che al proprio immenso diletto l'utile della filosofia, e l'impeto della oratoria aggiungendo, non può nè nascere mai, nè fiorire, se non in vera repubblica. E chi s'ardirebbe negarmi, che se alle immagini, agli affetti, armonia, eleganza, e giudizio del poeta di principe, annessa venisse la sublime robustezza, l'amor del vero, l'ardire, la fierezza, l'indipendenza, e il forte e giusto pensare del poeta di repubblica, quello solo che tutto ciò raccozzasse, sarebbe veramente il sommo poeta? il sommo, sì, quello sarebbe; poichè da quello soltanto verrebbero ad un tempo commossi tutti gli affetti, dilettati tutti i sensi, sviluppate ed accese tutte le virtù. Ma, se tale poeta vi fu mai, tali, o quasi tali, erano senza dubbio i poeti principali d'Atene. Ed in fatti (se pur mi dicono il vero quei che sanno di greco e latino; che io del primo nulla so, e nell'altro piuttosto indovino che intendere) nessuno desidera in Omero, od in Pindaro, la eleganza di Virgilio e d'Orazio; poichè quanta ne hanno costoro, tutta da quelli per imitazione l'han tolta; ma, chi è che non desideri sotto il divino pennelleggiar di Virgilio il fecondo inventare d'Omero; il dignitoso e libero dialogizzare di Sofocle, d'Euripide, e di Lucano; il robusto conciso pensare e sentire di Tucidide e di Tacito?

Quindi, a me pare, che il principato permette, nudrisce, intende, e assapora i mezzi poeti; cioè i molto descriventi narranti e imitanti, ma poco operanti, e nulla pensanti; ma che degli interi poeti (quali alcuni ne sono stati, o essere possono in natura) non gli ebbe mai, nè gli avrà, che la sola repubblica.

Se dunque le lettere non sono ciò che per se stesse elle dovrebbero essere, il difetto non sta certamente nelle lettere. Altro limite non conoscono elle che il vero; e solo se lo propongono per fine. Ma, e gli uomini che le trattano, e gli uomini che se ne prevalgono, quando son trattate dagli altri; e gli uomini che, governando, o le lasciano fare, o le impediscono, o le deviano; questi uomini tutti, imprimono alle lettere il marchio, direi così, del loro proprio intimo valore. Quindi è, che da un principe proteggente, da pochi e non liberi lettori, da molti autori tremanti o protetti (che sinonimi sono) si viene a procreare una tale specie di letteratura, che non eccedendo lo stato di convalescenza degli animi di costoro, dee perciò rimanere di gran lunga indietro dalla intera pompa delle umane intellettuali facoltà. E però ci convien pure, vergognando, tergiversando, e sommessamente mormorando, dalle sole ben costituite repubbliche ripetere in ogni qualunque genere i più alti sforzi dello ingegno dell'uomo.



CAPITOLO DECIMO

Quanto il letterato è maggiore del principe, altrettanto diviene egli minore del principe e di se stesso, lasciandosene proteggere.

La maggioranza del letterato sul principe consistendo, più che in ogni altra cosa, nella intima conoscenza ch'egli ha del principe e di se stesso, non potrà veramente esser egli il maggiore, se per intima convinzione egli il maggior non si reputa. Ma tale non potrà riputarsi per certo, se egli colle opere sue non arreca, o non tenta di arrecare agli uomini assai più vantaggio, che il principe non arrechi lor danno. Ora, uno scrittore che così opera e pensa, non potrà assolutamente mai soggiacere alla protezione di chi egli crede (e con ragione) essere tanto minore di se; di chi egli odia, come facitore di cose contrarie alle sue; di chi egli spregia, come privo per lo più d'ogni virtù, d'ogni lume, e d'ogni ingegno; di chi in somma egli teme e abborrisce, come esercitatore di una soverchia potenza, la quale è morte d'ogni verità e di ogni sublimità in qualunque uomo sconsigliatamente a lei si avvicina.

Con questa giusta e precisa idea del principe e di se stesso, il letterato potrà egli mai seppellirsi in tanta vergogna, coprirsi di tanto obbrobrio, quanto fia quello che giustamente a lui tocca, se egli riceve o mendica ajuti o sostegno da una persona temuta, abborrita, e sprezzata non poco da tutti, e sovranamente da lui? Gli scrittori dunque che così non ragionano, oltre la infamia, ben ampia pena del volontario loro errare ne riportano; così in se stessi finchè son vivi, come nei loro libri; ove pure i lor libri rimangano. I posteri giudicano il valore del libro dallo schietto utile che ne traggono; cioè dal vero che vi si contiene, e che solo può esser fonte dell'utile: e giudicano in oltre il valore dell'uomo dal libro: ma nè l'uno nè l'altro mai, dalle loro circostanze. Ed in fatti, circostanza nessuna vi può essere, che nelle cose non necessarie a farsi, scusi il mal farle, o il farle meno bene della propria capacità; il che in letteratura è un malissimo fare; mentre tutte le circostanze si poteano pure interamente domare, col non far nulla. Quanto a se stessi poi, i letterati protetti portano nel loro cuore l'orribile martirio di essere costretti a tenersi minori di quel principe, che essi, e tutti, a giusto dritto, egualmente dispregiano. Costoro, col fero supplizio di Tantalo, in mezzo alla propria passeggera fama, ne patiscono in se stessi una tormentosissima sete: che nessuna propria fama può esistere agli occhi di quell'uomo, il quale, se stesso non potendo stimare, diviene per forza minor di se stesso.



CAPITOLO UNDECIMO

Che tutti i premii principeschi avviliscono i letterati.

Il primo premio d'ogni alta opera è la gloria. La gloria è: Quella stima che il più degli uomini concepiscono d'un uomo, per l'utile ch'egli ha loro procacciato; quelle laudi che il mondo glie ne tributa; quella tacita maraviglia con cui lo rimira; quel sorridergli dei buoni con gioja e venerazione; quel sogguardarlo con torvi e timidi occhi, de' rei; quell'impallidire degli invidi; quel fremere dei potenti: che tutti questi sono i corredi della nascente gloria fin che l'uomo in vita rimane. Ma, l'apice di essa non s'innalzando mai totalmente che su la di lui tomba, io credo che la più vera e pura gloria non sia già quella che viene riposta nelle altrui lodi; ma quella bensì, che consiste nella intima divina certezza dall'uomo portata con se stesso al sepolcro morendo, di veramente meritarla.

A chi con forte ed intenso volere si propone un tale sublime premio, niun altro premio non può cader nella mente; ma, se pure ad alcun altro guiderdone intendono le sue brame, ogni qualunque ch'egli ne riceva o ne speri, oltre la gloria, minoramento gravissimo diviene di quella. I premj tutti adunque, che gloria e gloriosi non siano, macchiano sempre e minorano la sublimità d'ogni impresa.

Ma, poichè nell'uomo l'ingegno è tanto più nobil cosa che la forza, innegabile sarà che le opere della mente siano altrettanto maggiori di quelle della mano. E ogni premio dovendo essere conveniente e degno della fatica, sarebbe cosa ingiuriosa a un tempo non meno che obbrobriosa, se, per ricompensare l'ingegno, si venisse il corpo a premiare. L'opera dello scrittore, è opera intera di mente; della mente dunque sia il premio. Ora, nessun principe al mondo può dare un tal premio, per cui la mente soltanto ne venga ad essere veracemente onorata. Può darlo bensì un popolo libero; e col semplice applauso può darlo.

Il guerriero ha esposto la vita, e benchè il capitano operi del pari colla mano e col senno, pure, per aver egli con ferite, con pericoli e travagli menomato il suo corpo, egli può oltre la gloria accettare altresì tali altre ricompense, che quella rimanente sua vita e più comoda e più larga e più dolce gli rendano. Ma lo scrittore, che coll'intelletto soltanto lavora, per quanto anche ne venga a soffrire il suo corpo, egli però non lo espone mai a nessuno evidente pericolo. Il guerriero serve alla patria; e, a ciò eletto da lei, lavora per essa, E noterò qui di passo, che guerrieri, altri che per la vera patria, io non ammetto fra i sommi: e i condottieri dei principi, se sommi pure sono stati, o sembrati tali ai nostri occhi, non l'erano essi certamente ai lor proprj; che un Turenne, un Montecuccoli, o tale altro simile, non potea mai nel suo intimo core stimare se stesso, quanto un Scipione, un Annibale, un Fabio, o tanti altri sommi, che capitani erano per la loro vera e libera patria. Ma lo scrittore, eletto all'arte sua da se stesso, non serve a nessuno, altro che al vero; e non solo per la patria sua, ma per gli uomini tutti e presenti e futuri ei lavora. Chi dunque avrà e dritto ed ardire di ricompensarlo, se non se gli uomini tutti? E in qual modo? coll'accordargli la nuda gloria, che era la sola ricompensa da lui già propostasi.

Parmi dunque, che tutti i grandi uomini, che in un modo qualunque giovano agli altri, si possano degnamente ricompensare con aggiungere loro giusti premj alla gloria; ma, che da questi tutti eccettuare si debbano i soli letterati; perchè la loro arte è spontanea; perchè si esercita con la mente soltanto, e senza pericoli; e perchè in somma, abbracciando questa per la sua utilità tutti gli uomini, non ne risguarda pure mai particolarmente nessuno.

A chi mi dirà; che lo scrittore potrebbe pure abbisognare d'altro che di gloria; risponderò: « Scrittore eccellente non sarà questi mai, nè lo poteva mai essere; poichè egli si è pure proposto per fine dell'arte sua, per se stessa nobilissima, dei premj che tali non erano: premj, che stanno in mano di pochi, che glie li possono negare come dare; che possono ingannarsi; a cui bisogna piacere e compiacere per ottenerli: e il piacere e compiacere a codesti assoluti premiatori, non si può certamente accordare col piacere a se stesso, al retto, ed al pubblico. » La gloria all'incontro, essendo un premio ideale, ed un mero nome, nulla toglie a chi la dà; per essere ella data dai molti, non si può mai dir sorrepita; e per essere ella legittimamente ottenuta in semplice dono dai molti datori, ella porta con se ai pochi che la ottengono l'impareggiabile eterna prova, che quei soli pochissimi erano pur riusciti nella difficilissima impresa di piacere, compiacere, e giovare ai molti uomini. Lo scrittore veramente sublime, non può dunque mai abbisognar d'altro, che di semplice gloria; perchè, se egli d'altro abbisognava prima d'esser sublime, non ha certamente potuto divenir tale, appunto perchè proponevasi egli un fine niente sublime; ma s'egli è caduto in bisogno dopo di avere ottimamente composto i suoi libri, la intatta sua fama, e le immacolate egregie sue opere, gli avranno certamente procacciato qualche virtuoso amico, che, prevenendo i bisogni suoi, lo impedirà di contaminarsi in appresso. Ma, se pur fosse possibile, che egli un tale amico non ritrovasse, lo scrittor d'alte cose, in qualunque stato ridotto ei si veda, non potrà mai apporvi rimedio che alto non sia.

Pascano adunque i principi e i loro sgherri e soldati, e i loro giumenti, cortigiani, servi, e buffoni; si ricompensino con ricchezze onori e gloria i sommi guerrieri dalle vere repubbliche; ma, con la sola e purissima gloria si guiderdonino i letterati dagli uomini tutti.



CAPITOLO DUODECIMO

Quai premii avviliscano meno i letterati.

Pure, non voglio io per una severità, che in questi snervati secoli parrebbe soverchia, (benchè soverchio non sia mai ciò ch'è vero) privare gli scrittori, che uomini sono anch'essi pur troppo, della dolcezza di tanti altri premj, che gloria non sono, ma che non pajono alla gloria nocivi. Mi giova perciò l'investigar brevemente quali siano codesti premj, e chi dargli e chi riceverli possa.

Premj, che non siano gloria, e che pure non la vengano a contaminare con la loro mistura, altri non so vederne, fuorchè certi onori, tributati, quasi a nome di tutti, dagli uomini, costituiti in una legittima dignità, a chi se ne sia fatto degno. Questi onori, che mi pajono essere i soli veraci, sono raramente concessi nelle repubbliche; perchè l'autorità essendovi divisa e permutabile in molti, non v'è mai fra i dignitarj una tale persona e sì grande, (parlo di estrinseca grandezza) che venga stimato un onore appo gli uomini il sederglisi accanto, il coprirsi, il mangiare alla mensa sua, o simile altra principesca puerilità. Oltre ciò, le repubbliche volendo, e con ragione, che ogni loro individuo cooperi all'atto pratico del presente vantaggio, hanno tenuto per lo più gli scrittori per una gente oziosa e poco utile. E in fatti, le lettere possono parere meno utili assai in una sana repubblica, dove gli uomini son buoni già dalle giuste e ben eseguite leggi, che non in un principato dove già sono pessimi dal servire. Ma, per una trista fatalità, elle possono nondimeno più facilmente allignare là dove il bisogno di esse è molto meno incalzante. Ove però le repubbliche volessero pur dare alcuni onori a chi ottimamente scrive, innegabile è ch'elle sole li potrebbero dare veraci. Se Sofocle, per esempio, avesse ottenuto dalla sua città, per legge vinta, di sedersi infra i più alti magistrati, o alcun'altra simile distinzione; essendo una tale particolarità accordata dai molti là dove i molti negarla o impedirla poteano, vero ed importantissimo onore, nobile e sovrano premio si dovea un tal privilegio riputare. Ma, se un solo, a cui nessuno può, nè osa contraddire, accorda una qualunque distinzione, ella dee intitolarsi favore, e non mai onore; perchè non fa prova di merito niuno; e quindi potendola ottenere un inetto, e assai più facilmente che un sommo uomo, necessariamente diviene questa distinzione una macchia alla vera virtù. Le sole repubbliche adunque onorare possono davvero i loro scrittori; i principi null'altro possono, se non se favorire e distinguere i loro schiavi. Quindi, l'essere scrittore pubblicamente onorato in repubblica, attesta l'aver dilettato e giovato ai più; l'esserlo nel principato, attesta l'aver forse dilettato i più, ma l'avergli ad un tempo traditi, cercando con false massime di giovare ad un solo. Ciò posto, se io risguardo Cicerone come semplice letterato, non lo biasimo quindi moltissimo dell'essersi voluto far console: eppure, per acquistare una tal dignità in quei tempi, molti raggiri, pratiche, e viltà, gli sarà convenuto adoprare; il che senza dubbio gli sarà riuscito di molto minoramento alla stima di se stesso, all'altezza dell'animo suo, e quindi ai suoi libri, alla sua fama, alla sua gloria. Ma la maestà e importanza di una tale e fin allora legittima dignità; la nobil fermezza con cui la esercitò Cicerone; la difficoltà dei tempi; l'esser egli nato libero ancora, e perciò necessario membro della repubblica; e in fine, l'aver egli fra tanti torbidi con tanto calore e felicità coltivato sempre le sacre lettere; tutto questo ammirare e scusare e venerare mi fa Cicerone. E credo, che ad ogni letterato perdonare e concedere si potrebbe, il volersi delle lettere far base e scala a divenir console in Roma a quei tempi: cioè, a divenir più grande, più importante, e possente di assai più largo nobile e legittimo dominio, che nol sono dieci dei nostri moderni re, presi a fascio. Ma pure, nel perdonargli una tale ambizione, bisognerebbe confessare ad un tempo, che codesto scrittor-consolo nuocerebbe non poco alla perfezione dell'arte sua; e si dovrebbe pur sempre riguardare da chi è ben sano di mente, come un traditore delle lettere. Costui dunque in suo cuore avrebbe creduto essere maggior cosa un console, che uno perfetto scrittore; e che quella pubblica carica, data da altrui, fosse più importante cosa che non la sua privata altissima carica di scrittore; carica che niuno può dare, nè torre: non si sarebbe ricordato costui, che dei consoli ve ne erano stati a centinaja, e che gli eccellenti scrittori ad uno ad uno e pochi si annoverano: e da questa sola colpevole dimenticanza del primato innegabile dell'arte sua sovra tutte, ecco tosto lo scrittore fatto minore della propria arte.

Tolta adunque ai letterati ogni speranza ambiziosa, o nociva nelle repubbliche; tolta loro ogni ambizione di onori e di ricchezze nel principato; ad essi non resta, oltre alla gloria, altri premj che non gli avviliscano, fuorchè i semplici onori nelle repubbliche. E dico espressamente, i semplici onori; e non le cariche o dignità; perche queste non si possono ottenere senza gareggiare coi concorrenti; e il gareggiare, allorchè in virtù schiettamente non si gareggia, suppone sempre un raggiro, e delle pratiche non letterarie affatto, e indegne perciò d'un vero letterato. Nè si possono le cariche o dignità esercitare a dovere, senza abbandonare, o sospendere e guastare gli studj. Non è dunque scusabile mai, nè merita gloria quell'uomo, che sprezzatore si fa della propria arte. E si avverta, che le Muse sdegnose non sublimano mai sovra gli altri colui, che non le apprezza e sublima sopra ogni cosa.

Dolce e grandioso spettacolo sarebbe stato, se Atene, in vece di uccidere Socrate, lo avesse fatto sedere pubblicamente in mezzo agli arconti, senza esserlo: così, se gl'Inglesi avessero a Locke e a Milton assegnato luogo in parlamento, senza formalità di elezione, nè esercizio di carica alcuna; ma ivi collocatili, quasi nazionali gemme, degne di rilucere tra il fiore di un colto e libero popolo. Sono questi gli onori, che per essere parte di schietta gloria, potrebbero soli desiderarsi e riceversi dai letterati, senza veruno loro minoramento.

Se io potessi insegnar precetti di cosa non degna, circa agli altri premj tutti possibili ad ottenersi dal principe, a quei letterati, che poco degni di un tal nome volessero pure ottenerne alcuno, consiglierei che accettassero quelli soltanto, i quali più dalla persona del principe allontanandoli, meno d'alquanto gli avvilirebbero. Ma, tra i premj e gli onori tutti che il principe può dare allo scrittore, il primo, il sommo, il solo che desiderare degnamente dallo scrittore si possa sia questo: « Che il principe, non togliendogli il pensare ed il dire, non approvi, non impedisca, e non legga i suoi libri. »



CAPITOLO DECIMOTERZO

Conclusione del secondo libro.

Mi pare, che risulti da quanto ho detto in questo secondo libro, che i veri letterati non possono, nè debbono lasciarsi proteggere dai principi; perchè nessuno di essi ha soggiaciuto a tal protezione, senza un gravissimo scapito e delle lettere, e della propria eccellenza e fama. E parmi anche aver dimostrato, che, a eguale ingegno, lo scrittore sprotetto soverchierà il protetto, e d'assai. Ma le principali ragioni da me finora addotte, mi pajono venirsi tutte a ristringere in quest'una: « Che il principe e il letterato, e le arti loro, e il loro fine, essendo cose in tutto diverse e direttamente opposte, non si possono mai ravvicinare il protettore e il protetto, senza che il più debole vi scapiti e ceda. »

Vero è, che la penna in mano di un eccellente scrittore riesce per se stessa un'arme assai più possente e terribile, e di assai più lungo effetto, che non lo possa mai essere nessuno scettro, nè brando, nelle mani d'un principe. Ma, verissimo è altresì, che la penna perde ogni sua forza natía, ogniqualvolta non viene impugnata da uno scrittore non meno libero ed ardito, che ingegnoso, trasportato, ed esperto nell'arte sua. Quindi è, che se il letterato ed il principe si fanno amici, il principe ne diventa tosto il più forte; ma se rimangono lontani, e nemici, quali la natura ed il vero gli han fatti, il più forte, il più terribile, il vincitor trionfante della onorevol battaglia, riuscirà pur sempre a lungo andare l'imperturbabile, impavido, e verace scrittore; ove per la illustre causa della umanità oppressa e schernita, soltanto ei combatta.




LIBRO TERZO


ALLE OMBRE DEGLI ANTICHI LIBERI SCRITTORI.

Nessuno certamente di voi, onorati scrittori, che o liberi nascevate, o tali con più vostra gloria facendovi, liberamente scrivevate; nessuno di voi, certamente, crederebbe che in questi nostri tempi non solamente sorgesse la politica questione; Se le lettere possano per se stesse sussistere e perfezionarsi; ma che definitivamente dai più venisse creduto e sentenziato pel no. E, per somma disgrazia nostra, col tristo e continuo esempio degli odierni scrittori, pur troppo si va finora confermando ogni giorno nel pensiero dei più questa falsa e funestissima impossibilità.

Io perciò a voi indirizzo questo mio terzo libro, come cosa vostra del tutto; poichè da voi soli, dalla energia dell'animo e dell'opere vostre, dalla forza primitiva dei lumi con che rischiaraste i contemporanei vostri ed i posteri, io spero trarre argomenti invincibili, che mi vagliano a combattere e distruggere questo universale servile assurdo: « Che le lettere, non possono, nè perfezionarsi, nè sussistere, senza protezion principesca. »

Voi dunque o Socrati, Platoni, Omeri, Demosteni, Ciceroni, Sofocli, Euripidi, Pindari, Alcéi, e tanti altri incontaminati e liberi scrittori, inspiratemi or voi, non meno che salde ragioni, virile e memorando ardimento. Quanto, necessarj mi siano, sì l'uno che l'altro, per convincere una così acciecata gente, ve lo potete argomentar da voi stessi, paragonando la presente questione a quella che ai tempi vostri si sarebbe più giustamente potuta innalzare, opposta in tutto alla nostra; e stata sarebbe: « Se le lettere, o nessuna virtuosa cosa, nascere, sussistere, e prosperare potesse nel principato. »

Instrutti voi ora da me pienamente quale sia la total differenza dei tempi, piacciavi non solo di compatire a questa mia forse non meritata infelicità, del nascere servo; ma piacciavi ancora di porgermi ajuto, affinchè io uscire possa di servitù, e trarne i miei contemporanei scrittori, od i posteri. Se io ardisco pur supplicarvi di rimirarmi con benigno occhio, e di scevrarmi dalla moderna turba dei letterati, una tale audacia in me nasce soltanto dalla mia propria coscienza; che se il destino mi volle pur nato in queste moderne età, per quanto in mio potere è stato, io sono tuttavia sempre vissuto col desiderio e con la mente nelle età vostre, e fra voi.



CAPITOLO PRIMO

Introduzione al terzo libro.

Benchè nei due superiori libri convenuto mi sia di toccare qua e là per incidenza la quistione che ora mi propongo di trattare, SE LE LETTERE ABBISOGNINO DI PROTEZIONE, non credo io perciò di dovermi esimere dal ragionarne ora più lungamente, e profondamente per quanto il saprò. E siccome io dovrò munire il mio assunto di esempj e di prove, imploro preventivamente l'indulgenza de' miei lettori per alcune cose che mi bisognerà forse ripetere, a fine di togliere così del tutto le apparenti contraddizioni, che dai due libri antecedenti potrebbero alle volte risultare. Avendo io nel primo consigliato ai principi di proteggere le lettere al modo loro, e nel secondo, ai letterati di non sottoporle a protezione veruna, spero di conciliare in questo terzo codesti due diversi pareri. Ma certamente, ogni attento e scaltro lettore gli avrà anche già conciliati da se. Avrà osservato che nel consigliare io i principi a proteggerle, ho bastantemente accennato di quali lettere io intendessi di parlare, e di qual protezione: ed era, di quelle mezze lettere, che per essere oggimai sparse ed allignate per tutto, impedire più non si possono; lettere, che per essere elle, non già il sommo prodotto dell'umano ingegno, ma il saggio appena di esso, e che nascendo già avvilite, e inceppate, non possono mai per ricevuta protezione menomarsi. Così parimente avrà rilevato il lettore, che io nel consigliare, supplicare, e dimostrare ai letterati, che mai non debbono essi lasciarsi protegger dal principe, ho inteso di parlare soltanto a quei pochi, i quali avendo ali proprie per trarsi dalla classe volgare, se stessi e le lettere farebbero scapitare d'assai, se da vergognosa protezione invischiati rimanessero.



CAPITOLO SECONDO

Se le lettere possano nascere, sussistere, e perfezionarsi, senza protezione.

Il solo titolo che promuove una sì fatta quistione, mi pare a bella prima una cosa interamente degna di riso. Egli è lo stesso per l'appunto, come il muovere quest'altra: Se sia vero che abbiano esistito e scritto, un Platone, un Cicerone, un Locke, e la lunga serie di tanti altri e Greci, e Romani, ed Inglesi sommi; i di cui libri rimanenti e palpabili immediatamente la sciolgono.

Ma la viltà moderna, che si fa riparo ed usbergo di se stessa, non osa pure, abbenchè sfacciatissima, negare che tali lettere e sì perfetti letterati senza protezione nessuna esistessero; ma ella afferma bensì, ciò non potere oramai esser più, vista la differenza dei tempi e degli uomini. Ed in prova di quanto asserisce, ne arreca gli esempj di diciotto secoli consecutivi; ed armandosi dei venerandi nomi di Virgilio, di Orazio, e degli altri dell'aureo secolo Augustano; e quindi dei nomi a noi non men cari, dell'Ariosto, Tasso, Bembo, Casa, e degli altri molti benchè inferiori posti pure a confronto co' grandi del secolo Leonino; ed in ultimo armandosi dei recenti nomi dei Corneille, Racine, Moliere, Boileau, ed altri del bel secolo gallico; a conchiudere ne viene la moderna viltà, che senza gli Augusti, i Leoni, e i Luigi, codesti sommi scrittori non sarebbero stati; e che altri simili non ne potrebbero rinascere, senza dei simili protettori.

Io discuterò da prima, se non ne potrebbero esistere dei simili a questi, senza protezione veruna; quindi, se non sarebbero molto migliori, cioè più utili, que' sommi scrittori, che in quasi nulla si assomigliassero a questi, e in quasi tutto si assomigliassero a quelli del secolo d'Atene.

E incomincio, col domandare: « Qual parte dell'ingegno e del libro di Orazio e di Virgilio era loro somministrata da Augusto? » Mi si risponde: « L'ozio, e gli agj, e quella pubblica stima, necessaria pur tanto al ben fare: e n'ebbero in oltre, i molli costumi di una splendida corte, la purità ed eleganza di un aureo sermone, che soltanto si può creare o perfezionare nelle corti. » Cioè (interpreto io la parola, nelle corti) in que' tristi luoghi, dove gli uomini pel troppo desiderare e temere, nulla vagliono; dove, pel molto conoscersi ed odiarsi fra loro, e dal non ardirsi mostrare a viso scoperto il loro vicendevole dispregio, ne cavano i sottili e delicati modi di offendere, di lusingare, di chiedere, di negare, e di prendere. E questi sottili modi dappoi (perchè la tirannide, finchè non è giunta al sommo, non ritorna mai indietro) dai popoli, che nascendo dopo, nascono più schiavi ancora dei precedenti, vengono qualificati e reputati in appresso come la vera perfezione dell'eleganza del favellare.

Ecco dunque quanto può aver somministrato Augusto a Virgilio e ad Orazio. Ma poniamo, che Virgilio ed Orazio, fossero nati cavalieri romani, bastantemente provvisti dei beni di fortuna, e altamente educati, non avrebbero essi potuto senza Augusto scrivere con la stessa eleganza, e pensare qualche cosa più? Così l'Ariosto ed il Tasso, senza gli Esti, in Italia; Corneille, Racine, e Moliere, senza i Luigi, in Francia? Costoro dunque avrebbero, per se ed in se stessi, avute tutte le facoltà del loro ingegno per iscrivere, e ad un tempo tutti i mezzi che a loro venivano somministrati dai protettori; ma di più avuta ne avrebbero tutta quell'altezza d'animo che è sì necessaria al fortemente pensare, al fortemente sentire, ed al dir fortemente: e questa suole esser figlia soltanto degli indipendenti natali; e questa mai non s'impara: ma questa bensì dai protettori necessariamente si viene a togliere a chi da natura l'avesse; nè questa in somma si potrà mai da nessun protettore prestare a chi non l'avesse. Degli scrittori adunque simili a Virgilio Orazio, Ariosto, Tasso, Racine, Moliere, &cc., ne possono nei nostri, come in tutti i tempi, sussistere e fiorire senza protezione veruna, tosto che bisognosi di essa non nascono.

Ora, perchè dunque sempre gridare, che non vi sono Mecenati? che, se vi fossero.…. Quanto più ragionevole grido sarebbe il dolersi, che nella classe dei ben nati ed agiati uomini non vi siano degli animi forti innestati sopra forti ed acuti ingegni: poichè chiarissima cosa è, che alto animo, libere circostanze, forte sentire, ed acuto ingegno, sono i quattro ingredienti che compongono il sublime scrittore; ma non mai la mediocrità innestata su la protezione. Ma, se pure alcuno di questi sopra nomati, avvedendosi in tempo d'avere queste quattro doti, si riscuote, e si pone all'impresa, chi può negare che quegli senza Mecenate nessuno il tutto farà? e che tanto maggiormente il farà, che niuno protetto schiavo? Ora, perchè mai questi nobili o ricchi, e non stolti, che tanto orgoglio insultatore dispiegano nella pompa del loro servaggio; perchè costoro, con più vera nobiltà d'animo, non si fanno eglino, non protettori inetti di lettere, ma valenti letterati e scrittori essi stessi, e protettori quindi efficaci della verità e degli uomini? Ben altri mezzi avrebbero costoro nel principato, che ogni altr'uomo natovi umile e povero. Ma il timore, che maggiormente può in chi più ha, li disvia e impedisce; oltre che il nascere, per opinione stolta, fra i primi, toglie lor quell'impulso e quel divino furore di volersi far primi per realità. Ma, se pure il timore non concederà ai nobili o ricchi di divenire nel principato sublimi scrittori di feroci verità, qual cosa mai potrà loro impedire di assomigliarsi ai Virgilj, agli Orazj, Ariosti, Tassi, Racine, e simili? Si noti in oltre, che questi nobili facendosi scrittori, a eguale ingegno, tosto maggiori sarebbero di quelli non nobili e poveri: poichè, come non necessitosi, e assai men dipendenti, mondati sarebbero ed essi e i loro libri dalla feccia della vile adulazione e della sfacciata menzogna.

Ma i nobili e i ricchi nel principato, non vogliono essere (pur troppo!) nè poeti filosofi, nè semplicemente poeti. Quindi, vedendo io che in tale governo, chi ha più mezzi per coltivare le lettere, meno le coltiva; e vedendo, che vi si danno solamente coloro che a ciò fare hanno tutti gli ostacoli; o quelli, che mossi da un mediocrissimo impulso d'ingegno, sospinger si lasciano da un impulso assai più incalzante, dalla necessità, che è morte in parte del primo; verrei facilmente a conchiudere: « Che le lettere nel principato, ancorchè protette, non vi possono sussistere se non a stento, e male, e posticcie; appunto, per quella necessaria protezione che elle vi ricevono. » Il che mi pare assai diverso dal non potere esse sussistere senza protezione.

Venendo quindi alla seconda parte del mio assunto, brevemente dimostrerò, che quegli scrittori che farsi saprebbero dissimili dai sopra mentovati scrittori cortigiani, sarebbero assai migliori di essi. Chi vuole con imparzialità riflettere ed attribuire gli effetti alle vere cagioni, ed a ciascuno restituire il suo, è pur costretto a dire; che, sì il nascimento come la perfezione delle lettere, sono stati frutto da prima di libertà, e non di principato: ma, che i principi trovandosele poscia tra' piedi, le hanno, col proteggerle, assai più deviate al mero diletto, che non accresciutele col farle più utili. E gli esempj pure una tal cosa ci provino. Virgilio ed Orazio tolsero bensì le invenzioni ed i metri dai Greci; ma da Augusto e dai loro tempi null'altro ne trassero che la timidità e la lusinga; e non ardirei aggiungervi, l'eleganza; poichè certamente questi due autori, come tutti gli altri Latini, più assai ne accattarono e ne trasportarono nel loro idioma dal Greco, che non dal bel favellare di Augusto e de' suoi cortigiani. La più nobile parte di questi due eccellenti scrittori era dunque in loro trasmessa dalla passata greca libertà; la peggiore e la men necessaria, dal loro presente servaggio.

Così l'Ariosto ed il Tasso, che sono pure le due gemme del nostro bel secolo, presero dai nostri antichi, Dante, Petrarca, e Boccaccio, le invenzioni, i metri, e di più tutto il nerbo, il fiore, e la eleganza del favellare, che già si era perfezionato in Toscana, senza nè l'ombra pure di niuna medícea protezione. Ma, da essi stessi, e dai loro protettori, e dai tempi, altro non presero l'Ariosto ed il Tasso fuorchè il timore, le adulazioni, il poco e debolmente pensare. E così in Francia gli eleganti scrittori, benchè non vi appajano se non sotto l'apice della tirannide di Lodovico decimoquarto, non sono per ciò figli di essa: ma, le lettere preparate già nel precedente meno avvilito secolo, fiorirono poscia in quello; e, a dir vero, più assai vi fiorirono per forza d'imitazione dei Greci, Latini, e Toscani, che non per forza di protezione. Che la protezione, in somma, altro ajuto non può dare ai letterati, fuorchè i mezzi d'investigare, traspiantare, e farsi (ma deviandole) proprie, quelle lettere già nate, coltivate, e perfezionate senza protezione nel seno della creatrice libertà.

Ma questo triplice incalzante esempio di Dante, Petrarca, e Boccaccio, che non fiorirono sotto nessun principe, più che niun altro è atto a terminar la questione. La lingua toscana si è fatta colossale in mano di questi tre grandi, che per proprio impulso scrivevano, e non protetti: nelle loro mani riuniva questa lingua in se stessa la maggiore eleganza e delicatezza alla maggior brevità ed energia: ed ecco che la toscana, come la greca, perfezionavasi senza macchia di protezione. Ma nei due secoli susseguenti l'italiana letteratura essendo dai protettori traviata, poco o nulla si accrebbe la lingua quanto alla nuda eleganza, e tutto perdè quanto al sugo, brevità, e robustezza. In oltre, questi stessi tre sommi scrittori mi vagliano anche per una viva prova della immensa superiorità degli ingegni sprotetti sopra i protetti, A volersi convincere di quanto questi tre, e massime Dante, soverchiassero tutti i nostri seguenti scrittori, sì pel robusto pensare e forte sentire, che pel libero e ardito inventare, e per la eleganza e originalità di locuzione, credo che basti il metter loro a confronto l'Ariosto ed il Tasso come i due migliori che a quelli succedessero. E lascierò anche giudice colui, che sarà il più parziale di questi, se ci sia in essi cosa, e massime quanto alla locuzione e al concepire, che si possa agguagliare all'Ugolino, e ai tanti altri squarci non meno perfetti, ma meno conosciuti, di Dante; ovvero, ai perfetti sonetti, canzoni, e squarci dei trionfi del Petrarca. E giudice lascio parimente ciascuno, se il Tasso e l'Ariosto scrivendo fra i ceppi di corte, avrebbero ardito mai concepire quei veracissimi sonetti del Petrarca su Roma, o le tante satiriche, ma vere e libere terzine di Dante; ed anche quel solo suo verso su Roma; Paradiso, canto 17, verso 49.
Là dove Cristo tutto dì si merca:
e così, se l'Ariosto e il Tasso avrebbero senza l'ajuto di quei nostri due primi, e con l'ajuto dei soli loro Esti, inventata e condotta a sì alto punto la lingua. Ma giudichi pur anco chiunque all'incontro, se quegli stessi Dante e Petrarca, nati due secoli dopo, e preceduti già da due altri Danti e Petrarchi, non avrebbero anch'essi potuto eseguire i due poemi dell'Ariosto e del Tasso, e forse qualche cosa anche meglio: mentre a me par dimostrato, che l'Ariosto e il Tasso, o sia per l'essere stati protetti, o per l'essere nati minori, non avrebbero potuto mai eseguire molte canzoni, trionfi, e squarci liberi e forti del Petrarca, e nulla quasi del maschio, e feroce poema di Dante. E mi conviene pure osservare di passo, che in codesto poema di Dante era facile a chi fosse venuto dopo lui di emendare o sfuggirne le bizzarrie e le incoerenze; ma non mai di agguagliarne le infinite stragrandi bellezze. E circa al Petrarca, si osservi, che ancorchè andasse egli vagando di corte in corte, non essendo tuttavia inceppato in nessuna, non si contaminò quindi nè di adulazione, nè di falsità. Attribuisco io ciò, al non essere egli nato suddito di nessun di quei principi, in corte di cui praticava; al non essere i principi d'allora così immensamente assoluti, nè così oltraggiosamente distanti dai privati, come i nostri; poichè il re Roberto di Napoli, che poetava egli stesso, (e Dio sa come) più amico era e compagno, che non protettor del Petrarca: lo attribuisco in fine all'animo stesso del poeta, che per non essere egli nato in servitù, ancorchè perseguitato poscia dalla fortuna e bisognoso d'ogni cosa, non potè pure mai in appresso in nessun modo smentire i suoi non servi natali. Il Tasso all'incontro, nato figlio d'un segretario di un principuccio di Sorrento, ancorchè d'alto animo ei fosse, si trovava pure abbagliato dalla corte dei principotti estensi, che bisognoso di tutto lo aveano raccolto.

Ma d'una in un'altra prova, e seguendo io oramai più assai l'impeto del cuore che l'ordine delle ragioni, parmi pure che due se ne presentino a me così forti, che bastino sole a provare l'assunto di questo capitolo. Per convincere anche i più ostinati, che degli scrittori simili a Virgilio ed Orazio ne possono pure nascere e sussistere senza protezione, basta l'esempio del nostro Petrarca. Questi, per quanto le moderne povere e inceppate lingue ardiscano correre a prova delle due bellissime antiche, diede alla nostra una tale lirica sublimità ed eleganza, che non si andò mai più oltre. Il divino Petrarca, nel fraseggiare imitato con poca felicità, e con assai minore negli affetti, non è tuttavia niente sentito nè imitato nell'alto e forte pensare ed esprimersi; anzi, sotto un tale aspetto non è conosciuto se non da pochissimi. Così, a convincere che degli scrittori meno simili ai sopraccennati dei tre ultimi bei secoli, ma più simili a quelli del secolo primo d'Atene sussistere potrebbero e perfezionarsi nei moderni tempi, basti soltanto l'esempio di Dante. Se questo poeta non agguaglia sempre gli scrittori d'Atene nell'eleganza o delicatezza, o sia che nol voglia, o che nol creda necessario, o che inventando egli stesso la propria lingua nol possa; non resta certamente egli mai indietro di loro nella profondità, nell'ardire, nell'imitazione, evidenza, brevità, libertà, ed energia; qualità, che quasi tutte non ammettono principato, o che certo almeno protezion non ammettono. E se in una nazione due Danti consecutivi nascessero, il secondo ritroverebbe certamente il non plus ultra della letteratura; e tali due scrittori farebbero pensare gli uomini assai più, che non dieci Orazj e Virgilj.

Da quanto ho allegato finora, o siano ragioni, o sian fatti, mi pare (se pur non m'inganno) che non solamente possano sussistere le lettere e perfezionarsi senza protezione, ma che la sublimità di esse non possa veramente sussistere sotto protezione. E di Dante mi sono prevaluto per prova, perchè io molto lo leggo, e mi pare di sentirlo, e d'intenderlo: di Omero, di Sofocle, o di altri simili massimi e indipendenti scrittori mi sarei pure prevaluto per prova, se nella loro divina lingua mi fosse dato di leggerli. Ma in Dante solo mi pare d'aver io bastantemente ritrovata la irrefutabile dimostrazione del mio assioma; poichè Dante senza protezione veruna ha scritto, ed è sommo, e sussiste, e sempre sussisterà: ma nessuna protezione ha mai fatto, nè vorrebbe, nè potrebbe far nascere un Dante. Potrebbe la protezion principesca bensì, dove un tanto uomo nascesse, impedirlo; pur troppo!



CAPITOLO TERZO

Differenza tra le belle lettere e le scienze, quanto al sussistere e perfezionarsi senza protezione.

Ma infino ad ora ho parlato delle lettere in tal guisa, che ognuno può veder, chiaramente, che sotto il nome di esse non ho inteso mai di comprendervi le scienze esatte. E facendo io la rassegna di tanti uomini sommi, lo aver finora sempre taciuto i venerabili nomi di Euclide, di Archimede, di Galileo, e in ultimo del divino Newton, sia questa la maggior prova che io, nel dir LETTERE, non ho mai preteso dire SCIENZE. Di queste mi conviene ora parlare tremando, come quegli che è intieramente digiuno di tutte. Ma siccome mi tocca il ragionare, non delle scienze prese in se stesse, ma delle loro vicende influenze ed effetti; io, guidato dal solo lume di verità e di ragione, spero in questo mio dire di non dovere errare molto più, che all'uomo non arrogante soglia venir fatto di errare.

Le scienze dunque, che io così definirei; Gli arcani e le leggi della natura dei corpi, investigate e spiegate, per quanto il possa l'intelletto dell'uomo; le scienze dico, mi pajono una provincia di letteratura affatto da se, e interamente diversa dalle belle lettere, che io per contrapposto definirei: Gli arcani, le leggi, e le passioni del cuore umano, sviluppate, commosse, e alla più alta utile e vera via indirizzate. Diversissimo è dunque il tema che trattano queste due arti; e quelle avendo ad investigare i corpi sensibili, queste a commuovere le intellettuali passioni; consecrandosi quelle allo scoprimento di palpabili verità, queste al rimettere sempre in luce le verità morali già bastantemente dimostrate dai buoni ed alti esempj, ma sempre pure dalla malizia e reità d'alcuni uomini alterate, nascoste, scambiate col falso, impedite, perseguitate, o sepolte; nasce da questo diversissimo loro uffizio una diversità non picciola di vicende e di effetti, ancorchè i mezzi dell'une e dell'altre ne siano pur sempre lo ingegno e la penna. Di questa diversità di vicende e d'effetti mi conviene ora ragionar lungamente, per sempre più munire di salde incontrastabili prove quanto finora ho asserito delle lettere.

Le scienze, come ogni altra egregia cosa, ci derivano anch'esse dai Greci: vale a dire da uomini liberi. E pare in fatti, che al ritrovamento dei principj nascosti e sublimi delle cose, si richiegga un così grande sforzo di pensare, che nel capo d'uno tremante schiavo sì alta e difficile curiosità non sarebbe potuta entrare giammai. Ma pure, posati una volta i principj delle scienze, la influenza delle fisiche verità sovra lo stato politico riesce così lenta e lontana, e perciò vien così poco impedita dalla tirannide, ch'io non dubito punto che se Newton con lo stesso suo ingegno e con la dottrina che lo precedeva, fosse anche venuto a nascere, o a traspiantarsi nel più servile governo d'Europa, egli avrebbe nondimeno potuto creare tutto il sistema suo, quale per l'appunto il creava nel seno della libertà dove nacque. Ma nel dire io, con la dottrina che lo precedeva, mi par dimostrare ad un tempo che la libertà era pur sempre necessaria a quei primi scienziati scopritori delle leggi dei corpi, per crearle; ma non necessaria ai susseguenti per ampliarle, spingerle all'ultima possibilità, ed anche, con gli stessi già scoperti mezzi affatto variandole, in un certo modo, di bel nuovo crearle. Il posare dunque i loro principj, lo inventare, o il primo ritrovare, egli è quel tal pregio, in cui e le lettere e le scienze ebbero tra loro comune la sorte; pregio che ottener non poteano se non in un libero governo fra uomini molto e arditamente pensanti. Ma, nel loro progredire poi, le une dalle altre si scostano, quanto i due scopi ch'elle si propongono dissimili sono fra se, e quanto sono diversi i soggetti ch'elle trattano; cioè la materia, e il morale delle cose. E in fatti, le lettere sono pervenute al loro sommo apice nella libertà, non protette; le scienze, par che facessero lentissimi progressi fra quei due sovrani popoli, greci e romani, mentre altissimo splendore acquistarono poscia nei moderni principati, dove non libere crebbero e protette. Nè a questa asserzione si abbisogna d'altra prova, fuorchè di paragonare nei loro libri ed effetti la fisica, la geometria, l'astronomia, l'algebra, la nautica, l'anatomia, la botanica, e quasichè tutte le altre scienze degli antichi, con le simili dei moderni: e ad un tempo paragonare il valore, l'influenza e gli effetti delle lettere nei moderni principati al loro valore, influenza, ed effetti nelle antiche repubbliche. Non occorrendo dunque per ora il discutere quanto ai fatti, parmi, che ne siano prima da investigar le cagioni. Tra queste, la più chiara ed innegabile stimo, o credo almeno di ritrovarla da prima, nella parola da me soprammentovata nel definire le scienze: LEGGI DEI CORPI. Molti e molti secoli di non interrotta applicazione divengono necessarj al bene investigare e al sanamente stabilire tai leggi; e chi ciò fa, nulla altro può nè dee fare. Molte generazioni di uomini non interrotti nè sturbati, son dunque necessarie consecutivamente, affinchè una legge qualunque di corpo riceva infallibili prove ed evidenti dimostrazioni. È necessario quindi un lungo ozio, ed una intera quiete in quella nazione che dee progredire nelle scienze: sono oltre ciò necessarie infinite spese, invenzioni ed esecuzioni costose di macchine, infinite esperienze, sterminati viaggi, espresso favore dei governi, e somma tranquillità e protezione per gli osservatori: il che tutto, suppone più assai principato, che repubblica,

Le vere antiche repubbliche, non che premiarlo, non tolleravano un uomo che col consiglio e con la mano non cooperasse all'utile presente di tutti. E l'utile che si ricava dalle scienze, è uno di quelli (come fra poco spero di mostrare) che appurar non si possono o non si sanno dall'universale, finchè l'applicazione della scoperta verità praticata non venga. Nelle repubbliche dunque, quasi nessuna opera dell'ingegno ben allignare potea, fuorchè l'insegnare e il cantare la vera virtù; come nel principato tutte allignare vi possono, e vi allignano, meno questa.

Ma, che le scienze per veramente prosperare abbisognassero di molta protezione e favore, ne sono indubitabile prova i giganteschi progressi fatti da esse nei moderni principati. Così il deterioramento delle lettere, o il loro scopo affatto scambiato, o tanto più debolmente ricercato nelle moderne servitù, sono indubitabile prova, che non solamente esse non abbisognano di protezione o favore, ma che immenso danno ne ricevono. A corroborare quanto io asserisco concorrono a gara le diverse accademie di scienze e di lettere, seminate nei principati d'Europa, che di effetto così diverso fra esse riescono: le prime diedero e danno in ogni parte gran lumi e grandi scienziati; dalle seconde non è uscito mai un grand'uomo; ma se pure alcun grande è stato da esse allacciato e fatto entrar nei lor ceti, di tanto minore lo han fatto, col dargli questa cittadinanza di raddoppiato servaggio. E ben vede ciascuno, semplicissimamente osservando, che una tal differenza sta tutta nella sola definizione di questi due generi. Le leggi dei corpi non offendono il principato; le leggi e passioni dell'uomo, alla loro più vera e utile via indirizzate, il principato annullano e sradicano. Dai principi quindi protette sono le scienze per veramente inalzarle; protette le lettere, per avvilirle, deviarle, ed opprimerle: poichè annichilare affatto elle pur non si possono, finchè ci son uomini che leggere sappiano, e passioni che sovra il loro cuore ruggiscano.

Provano dunque, e con prova di evidenza, i semplici fatti; che la protezione non solamente non nuoce alla perfezione delle scienze, ma che le giova non poco; e che al contrario sommamente ella nuoce alla più divina parte delle lettere, cioè alla verità e all'utile che da esse può ridondare. Ma ciò non mi basta; e più oltre spingendomi, dico; che senza protezione non avrebbero mai prosperato le scienze; e che non hanno prosperato mai vere lettere, dove protezione elle avessero. E di passo mi conviene osservare, che la protezion principesca nuoce moltissimo alle lettere anche nella persona di quello stesso scrittore, che non la ricerca. Il proteggere è sinonimo del potere; l'assai potere cagiona sempre il timore. Quel potente che, ricercato, proteggere può un dato scrittore menomandolo, pur troppo può, se egli ne vien dispregiato, impedir lo scrittore, ed opprimerlo. Dalla parola PROTEGGERE non si dee perciò mai scompagnare la parola IMPEDIRE; poichè chi non vuole essere protetto, sarà certamente impedito; ove egli così lontano non si ricoveri, che non meno l'ira che la protezione arrivar non vel possano.

Ma un'altra evidentissima prova che niuna scienza avrebbe mai prosperato senza protezione, si è, che nessuna traccia di scienza si vede allignare nelle contrade d'Oriente che totalmente son serve, e dove niuna util cosa non è nè conosciuta nè protetta. Al contrario, a provare che le lettere nascono e prosperare possono senza protezione, basta il vedere che fra quelle stesse nazioni serve e barbare d'Oriente, vi sono pure nate e vi allignano a dispetto di un sì mostruoso governo, in un certo modo, le lettere. Le nazioni tutte e le più oppresse dall'assoluta autorità, e fra le altre principalmente la ebraica, hanno avuto poeti; e nei loro torbidi civili, hanno avuto oratori e politici; e benchè filosofi di professione la servitù non ammetta, pure una certa filosofia naturale si è anche fatto strada fra quei soggiogati poeti, oratori, e politici; e forse era quella, che li trasmutava in profeti. E quanti altri filosofi vi saranno stati e vi sono tuttavia fra quelle stesse barbare e serve nazioni, i quali conosciuti non sono perchè non sono stampati? Il conoscere e studiare il cuore dell'uomo viene, o più o meno, concesso dalla natura a tutti gli uomini che ottusi non siano; nessun lo può togliere; e ognuno per semplice forza d'intelletto si può in così alta scienza perfezionare da se. Abbenchè raro e più difficile, è dunque possibile il pensare, il sentire, lo inventare, e lo scrivere da se, anche all'uomo che nasce il più schiavo. Ma non si sono visti giammai, nè mai si vedranno, sorgere degli alti matematici dove non ci siano scuole e protezione di governo: nè si sono mai scoperte importanti verità nelle scienze, se i potenti non vi hanno prestato la mano. I moti dei pianeti, la forma del globo, la costruzione e armatura delle navi, le virtù dell'erbe, la meccanica analisi del corpo umano, la diversità degli animali e dei climi, &cc. &cc.; queste scoperte tutte, noi le dobbiamo non meno alla borsa del principe, che all'ingegno dell'osservatore, il quale o nulla o pochissimo avrebbe scoperto senza l'ajuto di quello. Ma il nudo corredo di un vero letterato, che tutto ritrova in se stesso, e quali per esempio furono Omero e Platone, altro mai non fu nè dev'essere, fuorchè ingegno, salute, pochi libri, e libertà moltissima. Cose tutte, che il principe può torre, impedire, o scemare, ma non mai dare, nè accrescere.

Fra gli scienziati tuttavia il gran Newton è una eccezione ad ogni regola; egli è figlio di se stesso; le sue scoperte non si ardiscono intitolare col nome dì progressi; elle sono creazioni: e quella somma di lumi, che i dotti in tale materia dicono aver egli attinta dal Galileo, e dal Bacone, o da altri, non mi risolvo io a crederla assolutamente la cagione di tutti i nuovi lumi da lui ritrovati, ma una parte soltanto di detta cagione: talchè, se anche mancato gli fosse codesto ajuto, avrebbe egli con tutto ciò tentato un nuovo sistema, che sarebbe forse riuscito alquanto meno perfetto, ma sempre grande, straordinario, e ad ogni modo veramente ben suo. Ma, benchè questo insignissimo promotore delle scienze, non avendo in apparenza altro corredo, che quello stesso che s'ebbero Omero e Platone, senza nessuna espressa protezione abbia potuto scoprire e creare la vera anima dell'universo; con tutto ciò non mi rimuovo io in nulla dal parer mio, che le scienze non possano fare da se; poichè a Newton fu pure accordata (e necessaria gli era) quella tacita protezione che sta nella quiete libertà e sicurezza. Ma, per averla egli ottenuta da una nazione libera, di tanto più giovevole, ed onorevole gli è stata una tal protezione, che se ottenuta l'avesse dall'assoluto capriccio di un principe. A convalidar quant'io dico, mi si appresentano tosto gli esempj di Galileo e di Cartesio, i quali, o per non aver avuto protezione, o per averla avuta equivocamente dai principi, non andarono esenti da molte altre persecuzioni e disturbi; e quindi da infiniti ostacoli.

Mi viene ora osservato, che parlando io dei capi-setta innovatori nelle scienze, me li conviene in gran parte sottrarre dalle leggi, a cui ho sottoposto le scienze stesse; e chiaramente vedo, che le loro vicende accomunare si debbono a quelle dei letterati; poichè, come filosofi, un così splendido loco riempiono degnamente fra essi. Questi pochi innovatori-creatori si debbono dunque in tutto eccettuare da quegli altri tutti, che nelle scienze esatte, dotti soltanto dello scibile, e facendo pure alcuni benchè impercettibili passi più in là del di già saputo, si debbono quindi riputare come le vere ruote dei progressi delle scienze. Questi sono gli scienziati proteggibili e protetti: ed a questi, l'esserlo può sommamente giocare. Ma gli altri, come Euclide, Archimede, Newton, Galileo, e Cartesio, interamente corrono la vicenda dei letterati. Onde, se hanno avuto (come i tre primi) la fortuna di nascere in paesi liberi, di poco altro abbisognano che di essere lasciati fare; ma, se nati sono (come i due ultimi) in terra di servitù, facilmente saranno dalla civile e religiosa potenza perseguitati e impediti più assai che protetti; e in fatti, perseguitati e impediti furono questi due ultimi.

Lo inventare dunque sistemi nella scienza dell'universo soggiace in tutto alle stesse vicende, a cui soggiace lo scoprimento delle proibite morali verità: ma il semplice aggiungere alcuna cosa ai già scoperti e dimostrati sistemi, e il far progredire le scienze, principalmente nella natura dei corpi a parte a parte pigliandoli, in tutto soggiace alle vicende annesse al coltivare le verità non offendenti l'assoluto potere, come quelle che in nulla influiscono sopra lo stato politico, e in nulla migliorano la proibita scienza del cuore dell'uomo.



CAPITOLO QUARTO

Se abbia giovato maggiormente la perfezione delle sciente ai popoli servi moderni, o la perfezione delle lettere ai liberi antichi.

Paragonate ho fin quì le lettere e le scienze fra loro nella origine, cagioni, mezzi, e vicende: mi resta ora a paragonarle nei loro diversi effetti. Da questi principalmente potrà ogni uomo tra l'une e l'altre giudicare quali più importanti siano ed utili; e quali, sotto un tale aspetto, debbano necessariamente più apprezzarsi dagli uomini, e meno temersi dai principi.

Dalla dottrina di Euclide e di Archimede, ne risultava quasi perfezionata la geometria sublime. Ma la geometria triviale e la più necessaria (cioè le primitive leggi delle linee) era già ben conosciuta da tutte le nazioni anche barbare, senza ch'elle ne sapessero pure il nome. Così ai nostri tempi, i popoli i più idioti e rozzi fabbricano pure tuttavia e case, e tetti, e carri, ed aratri, ed ogni altra stromento di prima necessità; geometri in ciò, senza punto avvedersene. Da quei grandissimi abbiamo noi dunque ricevuto la geometria sublime, che d'ogni altra scienza è base e radice. Per mezzo di essa si ebbe poi la misura dei pianeti, se ne calcolarono i moti, e le cagioni di tai moti furono assoggettate a inalterabili leggi dall'ingegno dell'uomo, che certo più oltre giungere non potea. Quindi la perfezione di tante arti minori; la navigazione spinta alle estremità tutte del globo, e i limiti di esso trovati angusti dalla moderna cupidigia: quindi la Fisica e la Storia naturale così maravigliosamente ampliate. Cose tutte in vero grandiose, e per cui, i Romani, credutisi signori del mondo, assai piccioli si troverebbero se potessero ora convincersi co' loro occhi qual menoma parte di questo globo occuparono, e qual minima parte dell'universo è dimostrato essere questo globo stesso dalla investigazione rettificata della universale armonia dei corpi celesti. Gran pascolo alla insaziabile umana curiosità; la quale pure, per quanto ai fonti della verità si disseti, vede e tocca ogni giorno con mano, che quanto più si sa, più ne rimane a sapersi. Che se le leggi dei moti dei corpi, scoperte e dimostrate, lusingano pur tanto la superbia dell'uomo, la ignota cagione di esse leggi, e la sola terrestre generazione delle piante e degli animali, nascoste entrambe negli arcani di una profondissima notte, assai più lo lasciano avvilito e scontento.

Risulta dunque dalle scienze perfezionate questo immenso umano sapere; a cui nondimeno, affinchè il tutto si sappia, rimane assai più strada da farsi che non se n'è fatta. E da questo sapere, qual ch'egli sia, risulta ai moderni popoli l'utile dimostrato della navigazione e del commercio, in cui superano pur tanto gli antichi. Ma, dalla navigazione e dal commercio ci derivano ad un tempo le infinite arti superflue, lo sterminato lusso, e i tanti infami suoi figli, per cui siamo in ogni politica e morale virtù inferiori di tanto agli antichi. Nè da questa universale perfezione delle scienze mi pare che le umane società ne abbiano in quasi nulla ricevuto la perfetta o maggiore utilità delle necessarie instituzioni. Dalla meccanica più raffinata, e quindi dalla perfezione dei rurali strumenti, L'AGRICOLTURA, quell'arte necessaria e divina che la base è di tutte, non ha perciò ricevuto quell'accrescimento che ella promettere parea: e perchè? perchè migliori erano le generose braccia di un libero agricoltore con un pessimo aratro, che non con un ottimo le vili braccia di un mal pasciuto schiavo. Ed in fatti, in queste nostre scienziate e serve regioni, si vede per lo più la stessa quantità di terrà nutrire un assai minor numero di uomini, che non ne nutriva fra le antiche poco scienziate, ma libere.

Dalla Fisica rettificata e ampliata, dalla Botanica così immensamente estesa, dalla Anatomia perfezionata, dalla Chimica tanto insuperbita, e da tante altre simili scienze, LA MEDICINA, che è la seconda arte necessaria ai corpi umani, non ne ha per ciò ricevuto dimostrabile accrescimento di utilità. Moltiplicati sono i libri, ed i medici, ed i malori; ma le mortalità sono pur sempre o le stesse, o maggiori; niente di più, o forse men lungamente, si vive fra noi popoli dotti moderni, che fra i rozzissimi antichi; e dopo un lungo ragionare, osservate, e scrivere; dopo la stessa circolazione del sangue scoperta e dimostrata; bisogna pure con certezza d'imparziale giudizio venirne a conchiudere, che la poca scienza medica possibile a dimostrarsi, stava già quasi tutta nel libriccino di Ippocrate. LA CHIRURGIA pare aver fatto molti più progressi; e certamente gli ha fatti sopra i tempi barbari di mezzo infra i Romani e noi; tempi in cui ogni scienza ed arte perduta si era: ma come sappiamo noi se bene o male operassero gli antichi chirurgi delle colte nazioni? Ogni giorno, con lo scoprimento di inscrizioni, o di pitture, o di instrumenti, o di altro, ci disingannano gli antiquarj su le invenzioni di molte cose moderne, che privativamente ci andavamo attribuendo.

Ed ecco, a un di presso, gli utili divini effetti che le scienze, di tanto accresciute, hanno recato ai moderni popoli. Esaminiamo ora gli effetti, che hanno arrecato le lettere ai popoli liberi antichi; e fra loro paragonandoli, poniamo in chiaro, se maggiormente giovassero a quelli le lettere, o a noi le scienze; e così, se più nuocesse a quelli la ignoranza nelle scienze, o a noi il deviamento delle lettere.

Atene, tal ch'ella fu colla sua sublimità e con i suoi difetti; Atene madre d'ogni sforzo di politica virtù, madre di un così bel vivere e libero e civile; Atene in gran parte era pur tale creata da Solone. E Solone, non uomo scienziato, ma letterato era e filosofo; e il cuor dell'uomo profondamente studiato e conosciuto avea, più assai che le leggi dei corpi. Ma, Solone, in un tale e sì importante studio, quanto non avrà egli imparato da Omero profondo conoscitore, descrittore, e commovitore sovrano di tutte le umane passioni ed affetti? E Socrate quindi, e Platone, e Aristotile, e Sofocle, ed Euripide, e Demostene, e Tucidide, e Pindaro, e tutti in somma i sublimi filosofi e letterati di Grecia, figli essi stessi di libertà e dì virtù, non furono poscia costoro in ogni tempo, a chi ben li lesse e sentì, un possente stimolo un irresistibile incentivo al praticare, amare, e difendere la libertà e la virtù? Ed ogni bel vivere civile, ogni virtuoso sforzo dell'uomo, ogni vera e durevole felicità, ogni importante superiorità di un popolo su l'altro; queste cose tutte, non sono elle nate pur sempre da libertà e da virtù? e non sono elle sempre sparite all'apparire della schiavitù, e dei vizj che di necessità ne derivano?

Veniamo ora a Sparta. Quella sua maschia feroce virtù e libertà, che sì lungamente durò con maraviglia dei Greci stessi, avvezzi pure a raccogliere il frutto delle ben fatte e ben osservate leggi; quella sublime Sparta, non era ella interamente figlia di Licurgo? E Licurgo, quale altra scienza coltivò mai nè conobbe, fuorchè quella del cuore dell'uomo, e del retto? Che se Sparta in appresso non volle ammettere letterati nessuni, ciò fu, perchè inutili affatto i veri letterati riuscivano là dove le severe leggi accendendo i cittadini a virtù, insegnamento era e diletto il praticarla a gara con sovrannaturale furore; e perchè i falsi letterati sussistere non poteano certamente là dove regnava la sola vera virtù. Ma i poeti nondimeno, come caldissimi ed efficacissimi encomiatori di virtù, o nascevano a Sparta, o vi erano accolti e ascoltati, ancorchè stranieri. Tirtéo, e le sue maschie odi militari, ne fanno prova. Oratori avea Sparta pur anche, e di ben altro nerbo forse, che Atene; appunto, perchè a più maschi risentiti animi più forte e men lungo parlare abbisognasi. Non avea Sparta, no, di quegli oratori e poeti, da' quali più assai diletto che utile traendo si vada: e a ben costituita repubblica, non solamente necessarj costoro non sono, ma potrebbero anzi più nuocerle assai che giovarle, perchè in un tal governo il maggior diletto vien giustamente riposto nel sempre e bene operare; ed il molto leggere non si scompagna mai dallo starsi. Quanto alle scienze, Sparta nè i nomi pur ne conobbe.

Roma, se non per istituzioni e virtù, per vicende e grandezza almeno, assai più illustre di Sparta e di Atene; Roma, ricevea pure l'impulso alla virtù militare che mai non perdette, da Romolo; alle civili e religiose virtù, da Numa; alla libertà e grandezza, da Bruto. E Bruto, e Numa, e Romolo stesso, erano, sovra ogni cosa, conoscitori profondi, e scaltri commovitori del cuore umano e delle sue tante passioni: ciò viene a dire, che costoro, in altre circostanze trovatisi, sommi scrittori si sarebbero fatti. A pochi uomini concede il destino di poter operare, e di giovare al pubblico in atto pratico col presente lor senno. Quindi, se alcuni di quei pochi a ciò atti, ed a ciò non eletti, si trovano dalle loro circostanze impediti d'operare, questi colla lor penna insegnano agli altri ciò ch'essi eseguir non potevano; alle vacillanti pubbliche virtù soccorrono con dilettevoli ajuti; ovvero al vizio già trionfante ed in trono, muovono essi quella virtuosa guerra di verità, che sola può, smascherandolo, felicemente combatterlo, e col tempo distruggerlo. Sono questi a parer mio i veri, anzi i soli scrittori; e i più perfetti reputo tra i loro libri, quelli che maggiormente un tale effetto producono. Onde, dividendo io questa stessa classe di uomini sommamente capaci a commuovere e guidarne molti altri, in letterati attori, e in letterati scrittori; osservo che Roma, nel fiore e nerbo della sua libertà, moltissimi dei primi ne annovera; e sono, gli Orazj, gli Scevoli, gli Emilj, gli Attilj, e Regoli, e Scipioni, e Decj, e Catoni; e quei tanti altri in somma, grandissimi tutti, bollenti a gara d'amor di virtù, di libertà, e di gloria; tre sacre faville, onde si dee comporre ed incendere l'animo di ogni grande, e massimamente quello del vero e sublime scrittore. Ma di letterati scrittori incominciò poscia ad abbondar Roma nel suo primo decrescere; cioè in proporzione che scemando andavano i letterati attori; e così avvenir pur dovea; poichè, per la nascente corruzione, diveniva necessario il predicare e l'insegnar la virtù non meno con la voce e co' scritti, che con l'esempio. Quindi fra i più antichi grandi scrittori di Roma, alcuni dei massimi, come Catone e Cicerone, riunirono in loro stessi le due divine parti dell'alto operare e dell'altamente dire: ma divenendo poi di giorno in giorno più difficile e pericolosa cosa il praticare non meno che l'inculcare la virtù, gli scrittori romani da Augusto in poi si assomigliarono pressochè tutti in ogni cosa agli scrittori nostri moderni; che la virtù nè praticare omai sanno, nè inculcarla si attentano. Il frutto dunque delle scienze, nei nostri principati perfezionate e promosse, siam noi moderne nazioni; in ogni arte dottissime, fuorchè nel libero, sublime, e necessario esercizio dei dritti i più sacri dell'uomo. Ma delle antiche e vere lettere, non distornate dal loro caldo ed unico fine, di render gli uomini sotto ogni aspetto migliori, erano il nobil frutto le antiche, libere, ed illustri al par che possenti e fortunate nazioni.

Paragonando perciò con quelle i popoli nostri, e in tutti i diversi aspetti, sia d'interna felicità, sicurezza e virtù, sia di esterna dignità, grandezza e potenza, si verrà tacitamente a paragonare il diverso valore, la influenza, importanza, ed utilità delle scienze e delle lettere. A me pare, che da questo paralello ben meditato si verrà apertamente a conchiudere; Che il vizio dei governi assoluti non osta alle scienze nè in chi scrive, ne in chi legge, nè in chi le protegge: e che, anzi, al promuoverle e perfezionarle, è assolutamente necessaria una protezione qualunque, ancorchè all'inventarle e crearle mortifera ella sia, come ad ogni altra util cosa. Ma, da questo paralello ben meditato, si verrà, spero, altresì a conchiudere; Che al ravviare le lettere, al far rivivere l'antica loro perfezione, e spingerla di qualche cosa più oltre, (il che impossibile non credo) assolutamente vuol essere libertà, e bollente amor di virtù, almeno almeno in chi scrive; ancorchè, all'inventarle e crearle, la distruggitrice tirannide, e la insultante protezione, d'impedimento intero riuscire non possano. Ma, un così forte impedimento son queste alla vera perfezion delle lettere, che la parola perfezione esclude assolutamente per esse ogni protezione di principe, la quale può sola macchiarle.



CAPITOLO QUINTO

Dei capi-setta religiosi; e dei santi e martiri.

Havvi un'altra specie di uomini sommi, che virtù e verità insegnando, al pubblico talvolta giovarono, e a se stessi acquistarono quasi sempre gran fama. Son questi i fondatori delle sette diverse, i santi ed i martiri, così cristiani che giudei, o di altre religioni. Costoro, o scritto abbiano, od operato, come dottissimi nella scienza dell'uomo, io li ripongo pur sempre a ogni modo nella classe dei sublimi scrittori. I nostri massimamente, come a noi più noti, non pochi nè deboli argomenti mi prestano per sostenere questo mio già tante volte ripetuto assunto; Che alla verità e virtù, sotto qualunque aspetto elle s'insegnino, moltissimo pur sempre nuoce il principato. Nè di costoro parlerò io più a lungo che non si aspetti a questo mio tema; perchè troppe cose mi si appresenterebbero da dirsi su ciò, se deviar mi volessi.

Osserverò dunque, che a Mosè (il più antico tra questi, a noi noto) convenne pure scuotere il giogo del tiranno d'Egitto prima di poter egli dar leggi sì religiose che civili al suo popolo. Ed anzi, chi non vede, che egli, per dar corpo, libertà, ed esistenza a quel popolo errante e avvilito dal lungo servaggio, del sublime velo di una inspirata religione felicemente si valea? E all'operare e scrivere tai cose, non lo avrebbe certamente mai protetto quel Faraone.

Così Gesù Cristo, politicamente considerato come uomo, volle pur anco, insegnando la verità e la virtù con l'esempio, restituire al suo popolo ed a molti altri ad un tempo, per via di una miglior religione, una esistenza politica indipendente dai Romani, che servi e avvilitili teneano.

Così Maometto, coll'abbattere la idolatria, volle, sotto il velo di una più semplice e pura religione, dar consistenza di nazione a popoli barbari che non l'aveano; al che, oltre ogni credere, riusciva Maometto.

Come legislatori, si debbono dunque costoro annoverare infra i sublimi scrittori, poichè eran mossi dallo stesso impulso, di giovare altrui acquistando gloria a se stessi. E tali erano certamente, nella Cina Confucio, e nell'Indie Zoroastro; e fra altre nazioni molti altri, di cui non sappiamo.

I nostri santi poi, o scrittori fossero, come Paolo, Agostino, Grisostomo, Girolamo, ed altri; o, colla parola, e più coll'esempio, predicassero essi virtù, come Francesco, Domenico, Bernardo &cc; o, col loro eroico morire, nei cuori degli uomini in note di fiamma e di sangue lasciassero essi scolpita la memoria del loro sublime imperturbabile animo, e l'ardentissimo desiderio d'imitare la loro virtù, come Lorenzo, Stefano, Bartolommeo, e tante altre centinaja di martiri; costoro tutti, avendo avuto al loro operare lo stessissimo sovrano irresistibile impulso, che debbono avere i veri letterati, alle stesse vicende di essi, per vie e cagioni diverse, soggiacquero. E mi spiego. Costoro, finchè furono lasciati fare da se, puri, incalzanti, e severi mostraronsi; perseguitati, divennero più luminosi, più forti, e maggiori direi di se stessi; protetti finalmente, accolti, vezzeggiati, arricchiti, e saliti in potere, si intiepidirono nel ben fare, divennero meno amatori del vero, e per anche sotto il sacrosanto velo di una religione omai da essi scambiata e tradita, asseritori vili si fecero di politiche e morali falsità.

Una moderna non curanza di ogni qualunque religione, frutto anch'essa (come ogni altra rea cosa) del principato, fa sì che i nostri santi non vengono considerati e venerati da noi come uomini sommi e sublimi, mentre pure eran tali. Ciò nasce, per quanto a me pare, da una certa semi-filosofia universalmente seminata in questo secolo da alcuni scrittori leggiadri, o anche eccellenti, quanto allo stile; ma superficiali, o non veri, quanto alle cose. I libri di costoro, andando per le mani di tutti, stante la loro seducente facilità, imprestano una certa forza d'ingegno a chi non ne avea per se stesso nessuna; a chi poca ne avea, un'altra poca ne accrescono; ma a chi moltissima ne avea da natura, se altri libri non avesse letti che quelli, riuscirebbero forse a deviargliela affatto dalla vera strada. Da questa semi-filosofia proviene, che non si sfondano le cose, e non si studia, nè si conosce appieno mai l'uomo. Da essa proviene quella corta veduta, per cui non si ravvisa nei santi il grand'uomo e nei grandi uomini il santo. Per essa non si scorgono manifestamente negli Scevoli e nei Regoli i martiri della gloria e della libertà; come nei bollenti e sublimi Franceschi, Stefani, Ignazj, e simili, non si ravvisano le anime stesse di quei Fabrizj, Scevoli, e Regoli, modificate soltanto dai tempi diversi. E tutto ciò, perchè si rimirano i nostri con occhi offuscati da un pregiudizio contrario ai passati; e perchè si giudicano dagli effetti che hanno prodotto, non dall'impulso che li movea, e dalla inaudita sublime tempera d'animo, di cui doveano essere dotati, abbenchè con minor utile politico per l'universale degli uomini l'adoprassero.

Ma in questi tempi, dai presenti scrittori (i quali mai non lodano, nè destano alcun entusiasmo, perchè non ne hanno nessuno) vengono freddamente accennati con lodi poco sentite quei veri antichi santi di libertà; e interamente vengono derisi questi santi di religione. I moderni scrittori, in vece d'innalzare e insegnare la sublimità pigliandola per tutto dove la trovano, col loro debole sentirla, e col più debolmente lodarla, affatto la deprimono ed obbliar ce la fanno, Ma, poichè i più leggiadri fra essi (fattisi interamente padroni di un'arme tanto possente quanto è la ingegnosa derisione) hanno pure scelto di migliorare e illuminar l'uomo col farlo ridere; minoramento grandissimo, a parer mio, hanno recato alla loro propria fama, per non aver essi rivolto quell'acuta leggiadria del loro stile massimamente contro ai principi, i quali assai più male ci han fatto e ci fanno tuttavia, che non i santi ed i preti. Il credere in Dio, in somma, non nocque a nessun popolo mai; giovò anzi a molti; agli individui di robusto animo non toglie nulla; ai deboli è, sollievo ed appoggio. Ma il credere nel principe, ha sempre tolto, e torrà, ai popoli ogni vera virtù, la felicità, la fama, le ricchezze, ed i lumi; agli individui ha tolto sempre, e torrà, il vero amore di gloria, la sublimità, la virtù, e l'ardire.

Ed in prova di quanto io dico, la stessa religione cristiana, ancorchè acerba nemica della gloria mondana, si vede pure essere ella stata, se non incitatrice di libertà, compatibile almeno con essa, e con la felicità, ed anche con una certa grandezza dei popoli, in tutte quelle regioni ove ella veniva modificata alquanto, o per dir meglio ritratta verso i semplici suoi antichi principj. Il che vediamo tuttavia fra gli Svizzeri, gli Olandesi, e gl'Inglesi. Ma mi si mostri da qual corte di principe mai, (e siano pur anche i Titi, i Marc'Aurelj, i Trajani,) o da qual principato mai, veramente costituito tale, ne ridondassero (non dico popoli magnanimi e liberi, che impossibil cosa è) ma molti, o alcuni individui liberi, sublimi, virtuosi ed arditi, i quali con opere o scritti insegnando virtù e verità, procacciassero utile vero a tutti gli uomini, e fama eterna a se stessi. E siccome le religioni per lo più soggiacciono ai governi, non i governi alle religioni; e siccome quanto male queste possono aver fatto, all'ombra sempre e per mezzo del principato lo faceano; si viene di necessità a conchiudere, che agli uomini in ogni tempo è stato arrecato assaissimo più danno dai principi, che non mai da' sacerdoti: e chiara cosa è, che, migliorato o cangiato il governo, si può facilmente venire a migliorare e cangiare la religione, ad estirparne gli abusi, e adattarla alla libertà felicità e virtù.

Ora, perchè dunque questi nostri moderni leggiadri acuti scrittori, con vie maggior utile per gli uomini e assai più gloria e fama per se stessi, non combattevano colle armi possenti del ben adoprato ridicolo piuttosto il principato che la religione? perchè il principe armato era e temevasi; non lo erano più i preti, e schernivansi. Viltà è questa; viltà inescusabile, che lo scrittore, il libro, e per anco i lettori degrada. Se la penna può pur per se stessa combattere contra il cannone, e a lungo andare trionfarne, non otterrà ella mai per certo tal palma col far ridere gli uomini; ma ottenerla potrebbe bensì col farli pensare, piangere, fremere, e bollire di vendetta e di gloria. Si potranno per tal via cangiare le loro opinioni: che le felici rivoluzioni, per cui alcuni popoli dalla oppressione risorgeano a libertà, nascevano per lo più (pur troppo!) dalle parole tinte nel sangue, non mai dalle tinte nel riso.

Ma ecco, che io, nol volendo, mi sono pure alquanto allontanato dal mio tema. Non credo però di essermene sì fattamente deviato, che da queste ultime mie parole, senza sforzata transizione, io non possa venire a conchiudere coerentemente il presente capitolo. Dico adunque, che i capi-setta, i profeti (che sommi poeti erano) i santi, ed i martiri, nati per lo più, come ogni altro insegnatore di sublimità e virtù, acerrimi nemici d'ogni assoluta potestà, sotto essa allignare non poteano senza molto scapitare della loro forza e purità. Aggiungo, che i loro fatti, parole, e focosi insegnamenti, svelavano indubitabilmente un animo innalzato, e insofferente di ogni oppressione, ove pure non volessero farsi oppressori essi stessi. Onde costoro, come uomini senza dubbio ad ogni modo sublimi, meritano, anche dai meno religiosi uomini, ammirazione culto, e venerazione.



CAPITOLO SESTO

Dell'impulso naturale.

Annoverate ho finora tutte le diverse classi di uomini sommi, che siano da noi conosciute: letterati, scienziati, politici, legislatori, artisti, capitani, capi-setta, santi; e per anche v'ho incluso i principi stessi; per quanto mai possa esser grande questa specie, che tanti grandi uomini d'ogni sopraccennato genere impedisce e distrugge. Ma, di quanti ne ho annoverati, di tutti dico, che sommi veramente non furono mai, nè sono, nè saranno, nè potranno mai essere in nessuna delle nomate classi coloro, che a divenir sommi non avranno avuto per prima base l'impulso naturale.

È questo impulso, un bollore di cuore e di mente, per cui non si trova mai pace, nè loco; una sete insaziabile di ben fare e di gloria; un reputar sempre nulla il già fatto, e tutto il da farsi, senza però mai dal proposto rimuoversi; una infiammata e risoluta voglia e necessità, o di esser primo fra gli ottimi, o di non essere nulla.

Più laudevole e maggiore debb'essere questo impulso, in proporzione della grandezza del fine che egli si propone, e della grandezza dei mezzi che adopera per conseguirlo. Ma da questo immoderato amore di giovare a se stesso con la gloria, non dee nè può mai andarne disgiunto l'amore dell'utile altrui. Da questo utile, ampiamente provato coi fatti, si aspetta poi in premio quella testimonianza della propria superiorità, che spontaneamente uscendo dalle bocche degli uomini liberi, sola costituisce la vera fama e la gloria di chi n'è l'oggetto. Ardirei pure aggiungere, che i semi per così dire di una tale testimonianza già stanno nel cuore e nell'intelletto del grande, che veramente n'è degno; ma, che il solo pubblico grido li feconda poscia e sviluppa.

Questo divino impulso è una massima cosa, senza la quale nessun uomo può farsi sommo davvero. Ma non perciò tutti quelli che l'hanno (e son sempre pochissimi) riescono a farsi sommi davvero: che pur troppo questo divino impulso può essere dai tempi, dall'avversa fortuna, e da mille altre ragioni, indebolito, deviato, trasfigurato, ed anche spento del tutto. Quest'impulso è una sovrana cosa, cui niuna potenza può dare, ma ogni potenza bensì lo può togliere. La libertà lo coltiva, lo ingrandisce, e moltiplica; il servaggio e il timor lo fan muto. Quindi tanti uomini grandi sviluppansi nelle vere repubbliche, così pochi e di tanto minori, nei principati; ancorchè dei capaci di farsi tali ve ne nascano pure. Quindi i grandi in repubblica son sempre grandi di più utile e vera grandezza, che i grandi nel principato: quindi gli uomini, quasi eguali e simili per loro natura in ogni contrada, riescono così diversi da nazione a nazione, e da tempo a tempo fra le nazioni stessissime: quindi, in somma, si vedono fra i popoli tenuti già barbari sorgere le stesse virtù e grandi opere, di cui più non si vede nè l'ombra pure fra i popoli, che già colti e liberi, rimbarbariti ora dalla servitù se ne giacciono. Lo stesso impulso naturale che creava uno Scevola in Roma nascente, creava un Decio in Roma perfetta, un Gracco in Roma già guasta, un Mario in Roma morente, un Giulio Cesare in Roma già spenta; e forse anche un Sisto quinto in Roma ecclesiastica. Ora, chi potrà dubitare, che (mutati costoro di tempi) Cesare, con quella stessa smisurata ambizione che lo sforzava a farsi da più degli altri, nato nei tempi della prima libertà, non potendo primeggiare in potenza, non avrebbe, come Scevola, voluto soverchiar gli altri tutti in virtù? e che Scevola, nato ai tempi di Cesare, vedendo la virtù inutile e vinta, non avrebbe come egli cercato la maggioranza e la fama nella sola usurpata potenza?

Ma, parlando io quì delle lettere più che di ogni altro genere di umana grandezza, mi conviene dimostrare quale e quanta influenza abbia sovr'esse questo naturale impulso negli scrittori. Ed è questo un raro e prezioso privilegio delle lettere sovra tutti gli altri rami della umana grandezza, che chi ha veramente questo impulso, e, avvedendosene in tempo, sottrar lo sa dalle ingiurie e danni che arrecare gli possono sì l'altrui autorità e protezione, come il proprio ozio, bisogno, e timore; quegli può fare ogni più eccellente e somma cosa da se stesso. Questa divina arte dello scrivere, ella è pure innegabilmente per se medesima la più indipendente di tutte, come già ho dimostrato nel libro secondo; e la più innocente ad un tempo, poichè a nessuno può recar danno, se non al vizio; e la più utile in somma, poichè a tutti può, e dee voler sommamente giovare, Quindi è, che al fare, per esempio, la grandezza di Giunio Bruto, erano necessarj i Tarquinj tiranni, Lucrezia stuprata, Collatino giustamente disperato, il furore dei cittadini, il molto sangue sparso e nel foro e nel campo, e la uccisione in fine dei proprj figliuoli di Bruto; cose tutte lamentevoli, e lungamente riuscite dannose, prima che l'utile ed il bene ne ridondasse: ma, al fare la grandezza di Omero, null'altro era necessario che Omero stesso, e il naturale suo impulso.

Il primo obbligo dunque di chi si destina scrittore, egli è d'imparare a conoscere in se stesso questo sublime impulso, e, conosciuto, a dirigerlo. Appurando così i proprj suoi mezzi, ove egli senta vivamente in se stesso la evidente certezza di un tale impulso, fermamente dee credere che egli tutto farà da se stesso; e che ogni protezione potrà nuocergli, e nessuna giovargli.

Ma, come potrà il candidato scrittore conoscere se egli abbia, o no, questo impulso? dai seguenti sintomi. Se egli, nel leggere i più sublimi squarci dei più sublimi scrittori, altro non sente nascere in se che commozione e diletto, egli è come i molti che stupidi non sono; se vi si aggiunge la maraviglia, egli può giustamente riputarsi qualche cosa più; ma però ancora minore dello scrittore ch'egli ha fra le mani, e delle descritte cose; e quindi egli è nato soltanto per leggere, e pensare da se: ma, se egli, in vece della semplice maraviglia, si sente a quella lettura accendere nel cuore come da improvvisa saetta un certo sdegno generoso e magnanimo che in nulla sia figlio d'invidia, e che pure denoti assai più che emulazione; costui chiuda il libro, si faccia libero se tale ei non è, che egli ben merita d'esserlo; e scriva costui, e non imiti, ch'ei sarà grande e imitato. Questa nobile ira non può nascere, se non da un tacito e vivissimo sentimento delle proprie forze, che a quel tratto di sublime si sviluppa e sprigiona dalle più intime falde dell'animo: ella è questa la superba e divina febre dell'ingegno e del cuore, dalla quale sola può nascere il vero bello ed il grande. È questa quell'ira, che in ogni midollo d'Alessandro scorrea, nel solo udir profferire il nome di Achille: è questa quell'ira che bolliva in petto di Cesare all'udir di Alessandro; in quel di Temistocle, nel vedere i trofei di Milziade; in quello di Cicerone, nel legger Demostene. E così ogni grande, che è nato per fare, alla semplice vista di chi fatto ha, rabbrividire si sente.

Ad uomo di così alto animo non v'ha protezione al mondo, che nuocere non gli debba; perchè non gli può venir mai se non da un uomo assai minore di lui: nessun favore gli è necessario; perchè nessuno può accenderlo mai quanto il suo proprio impulso naturale: pochissimi ostacoli impedire lo possono, ove egli abbia superato i primi; perchè chi lo spinge è sempre più forte di chi lo ritrae.

Ai pochi simili potrà forse piacere e giovare questo libercoletto, quale ch'ei sia; imparandovi essi a conoscere, sentire, e apprezzare se stessi, ed altrui.



CAPITOLO SETTIMO

Dell'impulso artificiale.

Ma, quell'altro lettore da me quì sopra accennato, che dalla altrui sublimità solamente maraviglia, e non impeto di sdegno, ritrae; quello, nega per lo più di conoscere e di giustamente apprezzare se stesso; e supponendosi le forze che egli avere vorrebbe, si destina egli pure alla sublime arte di scrittore. Quindi legge egli, e rilegge; più lingue impara, e tutte le gusta; di ogni cosa si va facendo tesoro; tutti i generi tenta, in tutti pretende, ed in nessuno primeggia; ma pure, cercando egli sempre ne' libri altrui ciò che nel proprio ingegno e nel proprio sentimento non trova, perviene a farsi poi finalmente un certo capitaletto, e a risplendere ed ardere, come secondario pianeta, di fiamma accattata. Costui, che dalla immensa fatica sua argomenta doverne riuscire immenso utile e diletto ad altrui, suol essere sempre assai più orgoglioso e risentito che il vero e semplice grande. Corre tra questi due il seguente divario: il sommo stima se stesso, direi così, senza quasi avvedersene; e vie più si estima nell'atto del comporre, che poscia parlando o esaminando tutto ciò ch'egli ha fatto: il non sommo, col mostrar sempre agli altri un'altissima idea di se, cerca d'ingannare se stesso, e di costringersi a credere di averla. Questi secondi vengono spessissimo dai vani giudizj del mondo preferiti a quei sommi. Sono questi i letterati protetti; e questi, in fatti, i proteggibili sono. Ad essi non è tuttavia negato il bello del tutto; ma è sempre un bello d'imitazione, in cui originalità nessuna non li tradisce pur mai. Ma, siccome la minor parte degli uomini sono i lettori; e siccome la più gran parte dei lettori o non ha impulso veruno, o (come i più degli scrittori, e massimamente moderni) da artificiale e debole impulso vien tratta; la fama che si ottiene da questi due così diversi impulsi scrivendo, viene per un certo tempo commista; ed anzi, quasi sempre il minore soverchia il massimo; così, per esempio, da molti, e dai più dei letterati, si antepone a Tacito, Livio. I proteggenti, e i protetti, e i proteggibili, e i proteggendi, e i moltissimi poco sententi, costoro tutti fanno eco tra loro ogni qualvolta si tratta di porre in cielo quella tanto gradita mediocrità altrui, che in nulla non offende la loro.

A voler conoscere qual dei due impulsi movesse un dato scrittore, molte volte basta, senza quasi leggere il libro, il sapere chi fosse lo scrittore, ed in quali circostante tempi e luoghi ei scrivesse. Era egli nato libero, o fattosi tale? era egli sprotetto, indipendente, non bisognoso, di alto animo, di nobile e sano costume? milita in favor suo gran probabilità, che egli allo scrivere s'inducesse, unicamente spinto dal proprio impulso naturale. Era egli, all'incontro, nato bisognoso e schiavo; cioè, schiavo politicamente e civilmente? era egli protetto, incoraggito, e diretto? è da credersi, che, o egli sarà stato mosso da impulso artificiale soltanto, o che egli avrà deviato, scambiato, menomato, e appena quà e là conservato il naturale suo impulso, in quei pochissimi squarci dove nessuno dei suoi tanti impedimenti gli avrà tolto di ascoltarlo, e valersene. Ma in questi scrittori, se pur de' tali ve ne possono esser fra i sommi, è sempre più assai da compiangersi il vero scapito loro, che non da godersi il falso nostro guadagno.

Così, nei nostri tempi e governi, a voler giudicare dei lumi filosofici e delle verità che potrà contenere un nuovo libro, basta per lo più di gittar gli occhi su la data del luogo in cui è stampato. Non dico perciò, che di dove i buoni ed utili libri stampare si possono, nè tutti, nè i più escan buoni; ma dico, che là dove i buoni stampar non si possono (cioè nei due terzi e mezzo di Europa) buoni al certo non potranno esser mai gli stampativi.

Io paragonerei il frutto di questi due impulsi, artificiale e naturale, alla diversità dei metalli. Colla moneta di argento o di rame moltiplicata oltre modo, si perviene pure a comporre una somma che a pochissimo oro equivaglia. Ma non però mai talmente, che la più corta e spedita via del poco e prezioso metallo non piaccia e non giovi assai più, che quel nojoso novero e peso di tanta mondiglia. Così, non può esser mai paragonabile l'effetto d'una verità fortemente lumeggiata dalla energica penna di un libero scrittore acceso e sforzato dal naturale suo impulso, all'effetto di una verità debolmente accennata, guasta, e in mille tortuosi giri ravvolta e affogata tra mille falsità dalla timida penna di un dipendente scrittore, strascinato più assai che spinto dall'artificiale suo impulso.

Chi vuole di ciò convincersi con gli esempj, paragoni Racine, dove egli non parla di amore (passione sola matricolata nei nostri governi, e sola quasi dagli antichi sommi de' più bei tempi taciuta) lo paragoni, dico, ai tragici greci là dove d'amore ei non parla, e dove egli non traduce dal greco; credo che si convincerà pienamente che quegli antichi Greci, spinti da impulso naturale, senza altra protezione che l'amor della lode, nè altra imitazione che il vero, inventavano e scrivevano per insegnare virtù, verità, e libertà ad un popolo libero, dilettandolo: in vece che il tragico francese, mosso da impulso artificiale, sotto la protezione e approvazione d'un principe, scriveva imitando, e tremando; e quindi, per dilettare e non offendere un popolo non libero e snervato, egli traduceva in tratti sdolcinati di amore i più focosi e sublimi tratti della greca energia; tacitamente così confessandosi minore dei suoi modelli, non solo per le diverse circostanze, ma più assai pel proprio sentimento ed impulso.

Sia dunque l'artificiale impulso una delle tante false gemme del principato; e, il mezzo sentir propagandovi, l'intero sentire vi vada egli, per quanto il può, soffocando. Ma il naturale divino impulso, o nelle repubbliche non impedito, faccia quegli uomini vie più degni di libertà, con alti insegnamenti ed esempj; ovvero nel principato (ancorchè rarissimamente sviluppare appieno vi si possa) soverchiando pure, quasi impetuoso torrente, ogni inciampo ed ostacolo, con l'avvampante sua luce quelle orribili tenebre squarci; e, con vie maggior fama per lo scrittor che l'adopera, vie maggior vantaggio procacci agli altri tanti suoi miseri ed oppressi conservi, a loro insegnando e la verità, e i lor dritti. Così, se non altro, un tale scrittore gli anderà preparando almeno a ricevere poi dal tempo (il quale ogni cosa già stata finalmente pur riconduce) la loro perduta, o anche la non mai posseduta libertà, virtù, e grandezza.





CAPITOLO OTTAVO

Come, e da chi, si possano coltivare le vere lettere nel principato.

Dalla ignoranza totale dei proprj diritti e facoltà, nasce indubitabilmente la durabile servitù di ogni popolo: ed è più o meno grave il servaggio, secondo che maggiore o minore persiste questa ignoranza. Dunque, la intera conoscenza dei proprj diritti e facoltà, cagionando nell'uomo l'effetto contrario alla ignoranza di essi, dee pur necessariamente divenire la cagione e la base di una durevole libertà.

Fra i popoli liberi, si ardisce pensare, dire, e scrivere ogni cosa, purchè non sia contra i savj costumi: fra i popoli servi, nessuna altra cosa si può forse impunemente offendere, fuorchè i savj costumi. Se le lettere altro non debbono essere, che un incentivo alla verità, e alla virtù, vien dunque dimostrato dai precedenti assiomi, che elle saranno o effetto di libertà stabilita, o prossima cagione di essa, ove però non tradiscano il loro sacro dovere. Le lettere dunque potendo nelle vere repubbliche interamente essere ciò ch'elle esser debbono, pare che quegli uomini tutti, come liberi (ove abbiano pure l'ingegno a ciò richiesto) possano tutti por mano alle lettere senza avvilirle, nè deviarle. Ma nei principati, dove le vere lettere debbono essere e farsi cagione di libertà e di virtù, pare che elle non abbiano ad essere maneggiate se non da coloro che son meno schiavi. Ora, i meno schiavi nel principato, sì per una certa indipendenza data dalle ricchezze, che per una certa meno pessima educazione che dovrebbero aver ricevuta, e così anche per una certa altezza di sensi che potrebbero aver bevuta col latte, e in fine per avere col viver fra l'armi mantenuto un non so che di fierezza, e una dose di coraggio (benchè pessimamente adoprato) non picciola; i meno schiavi nel principato, pare che dovrebbero essere quei nobili che non sono contaminati di corte. Ma, se tali non sono, se ne abbiano il danno. Io, nel parlare a loro, e nel supporti capaci di non maculare le lettere, perchè bisogno non hanno di macularle, vengo ad un tempo stesso a parlare a chiunque benchè umilmente nato si trova pure nelle stesse loro circostanze, e pensa come il dovrebbero i nobili. Posti dunque i nobili, ovvero gl'indipendenti ed agiati, tra il popolo e il principe, di cui sono stati pur troppo finora il maggior lustro e sostegno, possono costoro nei presenti tempi, pienamente conoscendo il debole ed il nulla del principe, rivelarlo e dimostrarlo al popolo: ed avendo essi imparato a conoscere e rispettare del popolo la forza ed i sacri diritti, rivelarli possono e insegnargli ad un tempo al principe ed al popolo stesso. Ma, non lo fanno costoro, perchè educati per lo più fra le corti al servire, nessuna vera luce di sane lettere introdurre si può fra i loro immensi pregiudizj ed errori, ancorchè pajano essi, o parer vogliano e colti e saputi. Che se tali pur fossero, per quanto schiavi sian nati del loro orgoglio, preferirebbero pur sempre di gran lunga di divenire in ben costituita repubblica ciò che era in Roma non guasta il senato e i patrizj, o ciò che dovrebbero essere in Inghilterra i pari del regno, all'essere i ciamberlani, cacciatori, capitani, ambasciatori, siniscalchi, maggiordomi, o che altro so io, di un assoluto loro padrone. Nulladimeno i nobili, o agiati indipendenti nel principato, tali ch'ei siano, hanno pur anche più assai luce che il popolo; perchè hanno l'ozio ed i mezzi per leggere, parlare, viaggiare, vedere, e quindi anche un pocolino pensare.

Io dunque vorrei, che quella picciolissima sana parte di essi, a cui fra le universali tenebre traluce un qualche barlume di verità, abbandonasse da prima ogni carica; perchè tutte sono infami quelle che un solo può togliere e dare. E massimamente vorrei, che abbandonasse il mestiere dell'armi; il quale, quanto è onorevole ed alto dove patria vi ha e si difende, altrettanto è vergognoso e risibile dove per uno, cioè contro a se stessi ed ai suoi, si viene a combattere. Così purificati costoro dal loro doppio originale peccato dell'esser nati e nobili, e non cittadini, vorrei che unicamente alle lettere si consecrassero; poichè esse sole prestano all'uomo un vero ed onorevole mezzo di fare col tempo rivivere quella patria, la quale poscia (esistente allora davvero) con vera gloria ed onore difendere allor si potrebbe da essi con l'armi loro, e col sangue. Un vero prode nel principato, ove non sia egli uno stupido, non può certamente dissimulare a se stesso, che assai più coraggio si richiede ad impugnare in un tal governo la penna, che non ad impugnarvi la spada. Perciò vorrei, che tra questa piccolissima parte di nobili letterati, quei pochissimi che si sentono veramente mossi da quel naturale impulso divino quà sopra descritto, si destinassero ad essere come i Decj della nascitura repubblica; e che, espatriandosi per cercar libertà dove ella si trova, ogni loro propria presente cosa sagrificassero alla futura lor patria. Riacquistato così l'intero esercizio del loro intelletto e della lor penna, vorrei che tanta e tal guerra, e sotto così diversi aspetti, movessero alla assoluta ingiusta e mortifera potestà, che della loro divina fiamma venissero essi poi, quando che fosse, ad incendere le intere nazioni.

La nobiltà del loro nascere grandissima forza e peso arrecherebbe ai loro argomenti. Avendo essi la possibilità di ottenere tutte le soprammentovate infamie di corte, lo averle spregiate, l'averne conosciuto e svelato il distributore, tutto questo fa sì, che la loro ira non potrebbe mai venir tacciata di bassa invidia: cagion sempre vile, indegna sempre di operare alti effetti, indegna sempre di annunziare la verità; e che moltissimo ognora la va guastando e minorando, ove ella l'annunzi.

Espatriati dunque e posti in sicuro questi pochissimi sommi e illibati, che dal loro spontaneo e nobile esiglio tuonano verità, una picciola repubblica di altri letterati pensanti, leggenti, e non iscriventi, potrà rimanersi secura infra gli stessi artigli del principato; poichè la virtù sua, e l'effetto che ne dee ridondare, non saranno se non negativi. Costoro, attese le loro ricchezze, il lustro del loro nome, ed i passati onori degli avi; costoro, per se stessi abbastanza risplendono nel principato, senza mendicare appoggio veruno nel principe: onde, ancorchè signore dell'opinione, il principe non li può far comparir vili, perchè non lo sono; nè li può opprimere, nè screditarli, perchè sono in bastante numero da dar ombra, e da contrappesare i vili veri, che sono quei nobili che servono a lui. Questa repubblichetta nel principato, da principio modesta e discreta, legge, ragiona, e pensa fra se, rimota affatto dal volgo profano: ogniqualvolta fra essa nasce e si scuopre un vero uomo grandissimo, ella lo invia fuori del chiuso a predicar da lontano senza riguardo nessuno la schietta e divina verità, per mezzo di convincenti, energici, ed eleganti scritti. Rimangono gli altri frattanto quasichè liberi nella loro natia servitù. Onorati essendovi dell'odio, o del finto disprezzo del principe, vengono essi necessariamente rispettati dai buoni e dal popolo; perchè si mostrano, e sono, umanissimi, e popolari, e d'intatto costume: alcun pericolo vanno però sempre correndo; ma di alto animo sono costoro, e gli alti esempj che nei sublimi libri ritrovano, accrescono e rettificano in loro ogni giorno quel nobile e giusto ardire, i di cui semi innati già in essi, (ma diretti male) a loro ed ai lor maggiori, per la falsa causa del principe, faceano già esporre, ogni giorno e gli averi e la vita. Ma, ancorchè eccessiva sia, e sfrenata, e terribile, ritorna pur sempre vana contr'essi la superba ira del principe; perchè costoro nulla affatto vogliono da lui: e costoro di lui nulla temono, perchè delle sue leggi, quai ch'elle siano, nessuna ne infrangono; legge espressa non vi potendo mai essere, che proibisca il giusto pensare, e che costringa gl'individui tutti a servire il sovrano. Nè alcun principe mai avrebbe la sfacciatezza di punire chi non disturba in nulla quell'universale letargo, che principescamente si appella, la pubblica quiete. Perseguitano essi bensì sordamente e chi legge e chi pensa; ma chi non ha l'imprudenza di parlare co' satelliti suoi, securo quasi può starsi. Inibiscono per quanto possono i buoni libri, ma molti sempre ne passano, e tutti i buoni non sono inibiti. Tra questi, come ho già osservato, il solo Tacito, ben riletto, e pesato, e ragionatovi sopra fra pochi, e aggiuntovi lo stare lontani sempre dal principe (lontananza, che quanto ai lumi dei nobili viene ad essere il sommo dei libri;) il solo Tacito, dico, è più che bastante per se a ben educare una privata società di profondissimi e giustissimi pensatori. Una tal società a poco a poco propagandosi con irresistibile progresso, dev'essere a lungo andare la vera legittima e vittoriosa annullatrice d'ogni arbitraria potestà. Al continuo esempio di virtù e d'indipendenza che danno questi nobili letterati nel principato, si va aggiungendo di tempo in tempo il possente rinforzo dei pochi, ma buoni e caldi ed incalzanti libri, che gli scrittori esiliatisi dal principato v'inviano a far per loro e per tutti: e benchè corra il proverbio, che ogni cosa è oramai stata detta, potranno pure smentirlo quei tali scrittori, che sono da giusta e nobile ira spronati contro la servitù in cui nasceano, e che incoraggiti e protetti sono dalla libertà, in cui sapeano in tempo ricovrarsi. Costoro certamente, o diranno più del già detto, o in maniere nuove affatto il diranno: e con eleganza scriveranno costoro, perchè la eleganza aveano potuta imparare e gustare, come non proibita cosa, nella loro pristina servitù; ma con forza libertà e verità scriveranno pur anche, perchè di schiavi che nati erano, avuto aveano il coraggio di farsi uomini cittadini; e in somma, sublimi scrittori saranno, perchè dal solo sublime e natural loro impulso sforzati erano a divenire scrittori.

Quindi allora il veramente epico poeta, che in sublimi versi una impresa veramente sublime piglierà a descrivere, sceglierà certamente piuttosto di cantare la liberazione di Roma da Bruto, che quella di Gerusalemme da Goffredo. Con questa scelta, verrebbe egli a vendicare da prima l'onore dell'arte sua; perchè dei sommi epici poeti, nessuno finora ha tolto argomento da popoli liberi, se non in parte Omero, a chi considera quei Greci come molti popoli spontaneamente riuniti. Ma, quanta maggior grandezza ne ridonderebbe ad un tema, di cui, in vece di Agamennone re, fosse anima e capo uno Scipion cittadino? sarebbe, ad egual eccellenza, di tanto superiore un tale poema, di quanto ad ogni altro popolo fu superiore il romano. Ma Scipione, cantato da Ennio con ruvido carme di lingua ancor non perfetta, è perito; Augusto dalla divina tromba di Virgilio ottien quella vita, che Scipione solo meritava. Si osservi tuttavia nell'Eneide, che Augusto non è, benchè paghi, l'eroe di quel poema, nè lo poteva pur essere: Scipione all'incontro, per la semplice forza della sua virtù, potea e può veramente, accendere di se un epico poeta, e ampiamente rimunerarlo colla semplice fama d'amendue. Che la parola EPICO, parmi che debba importare alti eroi, alta impresa, alti effetti, altamente pensati e descritti; e qualunque di queste altezze vi manchi, io credo che l'epico cessi. Quindi il moderno epico e libero poeta, invece d'intrudere nel suo tema episodiche lodi di Augusti, o di altri principi meno possenti ancora e più vili, vi inserirà le lodi dei veri eroi, degli illustri cittadini passati; sempre o poco o nulla dei viventi parlando, per rispettare ad un tempo e l'altrui modestia e la propria. Un sì fatto poema riuscirà di assai più giovamento che nessunissima storia, appunto perchè dilettando assai più, non insegnerà niente meno: e gli uomini preferiscono sempre quell'utile che più vien misto al diletto.

Così gli scrittori che la tragedia maneggiano, potranno allora alla antica sua maestà ritornare il coturno: potranno di ben altre passioni discorrere, e ben altre destarne, e con ben altre infiammare, che col solo ed anche snervatello amoruccio.

Così la commedia imprenderà allora a combattere e porre nel dovuto ridicolo i veri vizj, e più i maggiormente dannosi. Perciò si verranno a trarre i soggetti di commedia non meno dalle stolte e superbe aule dei re, e dei loro scimmiotti, i potenti, che dalle case dei semplici ed oscuri privati. Non saranno queste tali tragedie e commedie recitate nel principato: che importa? introdotte pure vi saranno elle di furto, e tanto più lette, quanto più impedite; e approvate, e per così dire affigliate saranno dalla repubblichetta dei nobili letterati, finchè poi venga quel giorno, che in pieno teatro recitarsi potranno. E verrà quel tal giorno, perchè tutti i giorni già stati, ritornano. E allora, tanta più gloria ne riuscirà a quegli autori, quanta più n'è dovuta a chi ha saputo disprezzare la falsa glorietta del subito, ed anteposto ha di scrivere per uomini veri, ancorchè da nascere fossero, allo scrivere, degradando l'arte e se stesso, per quei mezz'uomini fra cui nato era.

Così le satire, non a mordere i privati vizj e laidezze, e molto meno a nominarne gli attori; (niun uomo vizioso meritando mai d'essere nominato da sublime scrittore) ma le satire il loro veleno tutto, ed i loro fulmini rivolgeranno unicamente a smascherare, a trafiggere, atterrare, e distruggere il pubblico vizio, da cui, come da impuro fonte, i privati tutti derivano.

Così gli oratori non intenderanno a laudar la potenza, ma la sola virtù; non al persuadere i principi a giustizia e a clemenza, ma al persuadere i popoli a cercare con più stabilità nelle sole leggi la prima, e a non abbisognar mai di quest'ultima: non al convincere e dimostrare agli uomini con ampollosità di parole, e con sottigliezza di tortuosi argomenti, che la virtù, nell'adattarsi ai tempi consiste, ma al dimostrare che ella veramente consiste nel riadattare i tempi a virtù.

Così le storie, pochissime allora saranno, e di quelle sole nazioni che di storia sian degne, e che possano servir di modello alle nostre, e d'incitamento al meritare un giorno storia elle stesse. Onde, non di vane battaglie, non di leggende di nomi di principi (nè degni pure di essere nominati) non di raggiretti di corte, non di puerili insipidi e scostumati aneddoti si intesseranno le storie; ma le vittoriose pugne di pochi liberi uomini contro innumerabili eserciti di schiavi; le generose ed utili contese fra la plebe ed i nobili; le atterrate tirannidi; i gastigati tiranni; gli alti esempj di ardire, d'amor patrio, di spregio di ricchezze, di severità nei politici costumi; le focose concioni di magistrati a popoli, e di liberi capitani a liberi soldati: fian queste allora le storie; e storico veramente sarà colui che le scrive.

Così la lirica poesia, dalle vicende di amore risalirà anche spesso a cantare altamente quelle della virtù e del coraggio. Si udiranno allora degli inni di tal forza, e una così divina fiamma spiranti, che soli basteranno a trasfigurare gli schiavi in cittadini, ed a spingergli in battaglia per crearsi una patria, e creata, difenderla. Ed odi, e canzoni si udranno di così alto dettato, che, al rendere eterni i nomi dei guerrieri estinti per la patria, varranno più assai che le statue e i bronzi: ed a premiare la vera virtù dei rimanenti liberatori della patria, le eccellenti ed eterne poesie di ben altra possanza saranno, che i fragili infamanti onori e le viziose ricchezze, con cui possono i principi pagare soltanto gli oppressori di essa.

Così finalmente, i filosofi di qualunque genere e setta, liberamente scrivendo e senza nessuno timido velo la verità, o quello che crederanno esser tale, potranno, anche ingannandosi, giovar nondimeno moltissimo: che nessuna verità mai, nè morale nè fisica, non è nata, nè può nascere e dimostrarsi, se ella dal grembo di cento errori non sorge. Ma niuno errore è mai stato, nè esser può più fatale a una società d'uomini, che quello di non cercar sempre la verità, di porre ostacoli a chi ne va in traccia, e di premiare chi la nasconde o falsifica.

Ecco dunque, quali esser potranno le lettere in questi moderni tempi, ogniqualvolta maneggiate elle vengano da liberi ingegni in terra di libertà rifugiati; e ogniqualvolta coltivate, accolte, e tacitamente propagate elle vengano da ingegni liberi, ancorchè costretti dal peso del principato. Il sublime fine, che dalle lettere così maneggiate ed accolte ne ridonderebbe col tempo, facil cosa è l'antivederlo: ne risulterebbe senza dubbio, ed in breve, la intera conoscenza e la severa pratica delle vere politiche virtù: il che chiaramente vuoi dir, LIBERTÀ.



CAPITOLO NONO

Quale riuscirebbe un secolo letterario, che, sfuggito non meno alla protezione che alla persecuzione di ogni principe, non venisse quindi a contaminarsi col nome di nessuno di essi.

Grande e singolar gloria dei Greci ella è, che il loro bel secolo letterario porta il nome di secolo di Atene, e non di Pisistrato, nè di Alessandro; nè di Pericle stesso; ancorchè la moderna letteraria viltà abbia pure voluto in ciò assomigliare gli Ateniesi a se stessa, così da questo ultimo semi-tiranno di Atene intitolando quel secolo. E da ciò solo indubitabilmente nasceva la maggior perfezione delle greche lettere, e la ben altra copia d'importanti politiche e morali verità da quegli scrittori fortemente lumeggiate, e nel mondo intero poi sparse.

Ma, per qual ragione i tre seguenti secoli letterarj, in vece di intitolarsi da Roma, da Firenze, e da Parigi, si appellano da Augusto, da Leone, e da Lodovico? perchè gli scrittori di questi tre secoli scrissero veramente per li suddetti tre principi più assai che per le loro città. Mi si dirà che non avrebbero prosperato le lettere in Roma, se elle non vi fossero state protette da Augusto. Ma, di grazia, si rifletta bene a queste parole; LE LETTERE, PROTETTE DA AUGUSTO; cioè, da colui che con orribile ingratitudine e vile perfidia vendeva ad Antonio la testa del primo scrittore e filosofo, che fosse mai stato in Roma; del gran Cicerone. E in fatti, da un tal protettore argomentar si poteva quali doveano divenire sott'esso le lettere. Quale scrittore d'alto animo si sarebbe mai potuto risolvere a lasciarsi proteggere dall'uccisore di Cicerone? Ma come, volendone pure scansare la insultante protezione, ne avrebbe egli potuto sfuggire la tirannica persecuzione? col rimanersi egli sempre lontano da Augusto, e da tutti i suoi vili satelliti.

Le perfezionate lettere non sono dunque state di nessun giovamento ai latini popoli, poichè da Augusto per l'appunto comincia la loro viltà, e la decadenza fra essi di ogni sublime costume e virtù.

Mi si dirà, che in Italia pure non sarebbero risorte le lettere, se i Medici non ve le avesser protette. E questo assolutamente lo negano per me il divino Dante, Petrarca, e Boccaccio, che erano stati prima di loro, e spinta aveano al più eccellente ed alto grado la loro lingua, senz'essi. Mi si replica; che senza i Medici si perdeva affatto il latino, e non si restituiva certamente la piena intelligenza del greco all'Italia. E questo, su che potrei pur disputare, in parte lo voglio ammettere; e gran perdita sarebbe stata per l'Italia. Ma pure, da quella così gran luce di lettere latine, greche, e italiane, quale accrescimento, qual virtù, qual viver civile e libero, qual grandezza, felicità, e ricchezza di popoli, quale altezza di sensi ne scaturiva per gl'Italiani dappoi? nessuna, ch'io sappia. Poco era la fiorentina repubblica prima de' suoi medícei tiranni, e nulla divenne dappoi; così il rimanente d'Italia. E un vero letterato potrà egli mai intitolare e reputar veramente protettori di lettere quei Medici stessi, sotto cui il Machiavelli viveva negletto; il Galileo, impedito e perseguitato?

Di Lodovico decimoquarto non parlerò. Era costui il primo ritrovatore in Europa degli eserciti smisurati e perpetui: onde ben altro danno agli uomini moderni ha egli arrecato coll'accrescere e perpetuare quasi la lor servitù, di quello che alla Francia ei giovasse col darle un teatro, che sospirando esclusivamente d'amore, ai Francesi insegnava a nè pure più sospirare d'amore. Ed in fatti, il vero amore sublime, che pure di tanto innalzar ci può l'animo, e che i francesi nei tempi dei lor paladini aveano bastantemente conosciuto e trattato, non si ritrova più presso loro, dopo che ne è stata stabilita per così dire in teatro la scuola. Tanto è più forte insegnator di ogni vizio l'assoluto governo, che insegnatore di una anche minima virtù il teatro, allorchè, nato egli fra i ceppi, viene come tale dall'oppressore di tutti approvato e protetto. Quindi, l'accrescimento e splendore apparente della monarchia francese da Lodovico decimoquarto in appresso, si deve in molto maggior parte attribuire alla forza e agli eserciti loro, che non alle loro lettere e accademie; le quali, benchè molto perfezionassero la loro lingua, stata fin a quel punto barbara, di pochissimo accrebbero la somma della luce per gli uomini tutti. Nè i francesi filosofi sono stati veramente tali, se non in quanto la loro filosofia accattarono dai liberi e non protetti antichi, o inglesi, scrittori.

Il prodotto dunque di questi tre secoli letterarj era, come io più sopra accennava, il seguente: del primo di Augusto, i Romani di Tiberio, di Nerone, di Caracalla, di Costantino, e della lunga sequela dei susseguenti imperatori in nulla romani: del secondo e terzo letterario secolo dei Leoni e Luigi, ne sono il prodotto i moderni Italiani e Francesi. Ma, del greco secolo era ad un tempo e cagione e prodotto, il popolo sublime di Atene; e quindi in parte fors'anco, per la influenza dei lumi e dell'imitazione, lo stesso popolo di Roma in appresso. Questi due popoli, presi insieme, vengono a comporre la grandezza, felicità, e virtù tutta, quanta fra gli uomini allignare mai ne potesse. E si noti, che figli di quella stessa Atene (ancorchè spurj) si possono poi dir parimente tutti quest'altri tre raggi di non così pura, nè efficace luce, che rischiarando venivano alquanto, ma non abbastanza, le susseguenti nazioni. Ben altro dunque era il fonte da cui nati erano codesti lumi e sforzi dell'umano ingegno, poichè così diverso ne riusciva l'effetto, e così possente ancora, tanti secoli dopo, l'impulso. Quindi a me pare, che il volere originare le vere lettere dai principi, e non dalla libertà, sarebbe come il volere qual più preziosa ed utile pianta sul nostro globo si alligni, attribuirla piuttosto al freddo Saturno, che all'almo vivificante pianeta.

Ma, qual nuova ed altissima cosa non potrebbe egli riuscire un quinto secolo letterario, che per non essere protetto da nessun principe, da nessuno di essi venisse appellato? e che, per essere le sue lettere stesse procreatrici e protettrici di libertà, da essa sola il nome assumesse? Nuovo ei sarebbe per certo; nè perchè non sia stato mai, lo credo io perciò impossibile. L'invecchiare del mondo, e la influenza dei quattro passati secoli letterarj, hanno oramai moltiplicato i mezzi, sminuzzato i materiali, ed appianate tutte le vie. Fissate sono le lingue, introdotta una certa smania di leggere, rettificato più o meno il gusto dello scrivere, preparata in somma ogni cosa; altro non si aspetta fuorchè sublimi, chiare, e intere verità, che con semplice sublimità di stile annunziate, gli animi tutti più o men sublimando, fortemente gli incendano e sforzino a riporre sul trono la verità sola. I principi oramai non possono accrescere facilità, ma possono bensì accrescere gl'inciampi, se diversificargli e adattarli sapran destramente. I moderni scrittori adunque, che vorranno essere padri di verità, di virtù, di alto diletto, e fondatori di un nuovo secolo letterario, essere dovranno pria d'ogni cosa, figli di se medesimi. La loro gloria sarebbe di tanto maggiore, di quanto l'impulso necessario per superare gli ostacoli debb'essere sempre maggiore di quello che si prevale dei favori. Ma la loro utilità tanto maggiore potrebbe riuscire, quanto meno aspettata nel secolo della oppressione, in cui scriverebbero. Cotali scrittori, eleganti, perchè dalle antecedenti eleganze ammaestrati; veraci e liberi, perchè amano gli uomini, la vera gloria conoscono, e ardentemente oltre ogni cosa la bramano; caldi ed energici, perchè il timor non gli agghiaccia, ed anzi dagli impedimenti generoso incitamento ritraggono: cotali scrittori, rinnovando la libertà la forza e la leggiadria dei sommi Ateniesi, maggior della loro ne dovrebbero ritrarre la fama. Appunto perchè, non avendo come quelli la proteggente e incentiva libertà per lor madre, hanno pure ardito e saputo agguagliargli, ancorchè nati in servaggio. Anzi, nello sviluppare le verità importanti, riuscirebbero costoro anche assai più forti e feroci dei Greci: perchè la natura dell'uomo è di maggiormente sentire la privazione delle cose, che non il godimento di esse. Quindi la libertà dottamente studiata da chi appunto per non vi essere nato ardentissimamente la brama, verrà poi vestita da costui di ben altramente focose, terribili, e veraci espressioni, che non da tal altro che tranquillamente già la possiede. E ben altro scalpello ci vuole a scolpire negli umani petti la intensa brama di una cosa non mai posseduta, e quindi appena appena da tali uomini conosciuta, che non ad accrescere in altri il desiderio di mantenere e difendere un bene già prima conosciuto e lungamente gustato. Di tanto dovrebbero in somma, e potrebbero, i moderni sublimi scrittori superare nella forza e nell'utile i più sublimi d'Atene, di quanto per l'appunto i moderni popoli nella conoscenza e pratica del vero minori sono del popol di Atene.

Se dunque, in vece di effimeri foglietti, libri eccellenti di ogni specie, ed in copia, uscissero alla luce in questi nostri principati, sì per l'utile che arrecherebbero, sì per gli ostacoli superati, un tal secolo letterario sarebbe certamente da pregiarsi assai più d'ogni altro. Ed io insisto, e ripeto, e torno a ripetere; che non è vero che il tutto sia stato già detto. Ma, se pure anche ciò fosse, non tutti leggono tutto ciò che è stato già detto; o per essere in lingue non note abbastanza, o per essere sotto forme difficili e non dilettevoli appresentato, o per non essere in fine adattato al gusto ed ai tempi. Quindi le verità già dette dai Greci nelle loro tragedie, commedie, poemi, satire, storie &cc., nuove riappariranno del tutto in tali moderne composizioni, ove lo scrittore abbia in se stesso assai più pensato e sentito, che non imitato: e, parlando io sempre dello scrittore sublime, mai non dubito che ciò altrimenti possa essere.

Un tale moderno secolo letterario, che può diventare maggiore d'ogni altro, io lo reputo già bello e nato. Basta, che i sommi ingegni moderni nati per iscrivere, vogliano da prima ben conoscere e stimare se stessi; e che poscia, la loro fama assai più apprezzando che il loro corporeo ben essere, rotti i loro nativi ceppi, si ricovrino in parte dove adoprare essi possano senza tremare tutte le lor facoltà: e basta, che i begli ingegni nati soltanto per leggere, vogliano incontaminati vivere pensando e leggendo, lontani sempre da ogni aura pestilenziale di corte.

In tal modo, le lettere torneranno indubitabilmente purissime, ed alte, e giovevoli; puri e sublimi essendone, come di alta deità, i sacerdoti e i devoti. E si appellerà questo secolo dalla virtù che il fea nascere, e che proteggevalo sola; IL SECOLO DELLA INDIPENDENZA.



CAPITOLO DECIMO

Che da tali nuove lettere nascerebbero a poco a poco dei nuovi popoli.

Roma, dall'aver cacciati i re, ricevea quell'impulso a virtù, che per tanti anni la facea sempre poi crescere, e così sterminatamente grande al fin la faceva. E questo negar non si può, mirando agli effetti. Dall'avere ella poi soggiogate molte nazioni, e massime le suddite ai re, ne riceveva, insieme coi loro monarchi in Campidoglio strascinati, le ricchezze, le morbidezze, i vizj tutti, ed i guasti costumi. Roma da queste regie pesti ben tosto poi ricevea, sotto altro nome, dei novelli e ferocissimi re: e da questi finalmente poi riceveva ella il suo ultimo avvilimento e sterminio.

Così, nei tempi nostri, l'Inghilterra, dall'aver cacciata la regal potestà, serbando tuttavia dietro l'infrangibile scudo delle leggi i suoi re, in meno di un secolo saliva ella in forza ed in gloria grandissima; e la vediamo ai dì nostri far fronte ella sola, e vincere spesso, e non mai soggiacere finora, a molte delle maggiori monarchie dell'Europa congiurate in suo danno. Perciò nove milioni appena d'Inglesi si sono veduti in quest'ultima guerra di America stare a fronte di venti e più milioni di Francesi, di dieci o non so quanti di Spagnuoli, e di cinque o sei tra Olandesi e Americani. Politica maraviglia, di cui non si può trovar la ragione, se non se confessando, che un uomo libero equivale almeno a sei schiavi. Ma pure, combattendo gli Americani per la loro libertà non soggiacquero in questa guerra agli Inglesi, i quali in America faceano assai più la parte di schiavi e tiranni essi stessi, che non di liberi uomini.

Ma, lasciando questo (che al mio tema non spetta) se io in questi due popoli, nel moderno Inglese e Americano, e nell'antico Romano, osservo le cagioni della lor libertà, e quindi dei loro progressi, felicità, virtù, e grandezza; trovo pur sempre esserne stata principalissima origine la loro piena ottenuta conoscenza dei proprj diritti. Diritti, ad essi, come agli altri uomini tutti, dalla natura accordati, ma dal principato che contro natura è, menomati, tolti, scambiati, e corrotti. Alla custodia di tali e così sacri diritti vegliavano in Roma i tribuni, in Inghilterra la camera dei comuni, e non so finora chi ci veglierà nella nascente libertà dell'America: benchè, per non aver essa nè ottimati nè clero, assai meno necessaria vi sarà tal custodia; poichè tutti non cercano mai di pregiudicare al dritto di tutti. La libertà dunque nasce, e vièri promulgata conservata e difesa da quegli uomini principalmente, che insegnando ai popoli i loro diritti, somministrano loro gli opportuni mezzi al difenderli. La libertà in oltre, è la sola e vera esistenza di un popolo; poichè di tutte le cose grandi operate dagli uomini la ritroviamo sempre esser fonte. In Roma dunque ed in Londra erano e sono necessariamente illuminati e sovrani oratori quegli uomini, cui con sì bel privilegio la libertà destinava e destina a stabilire conservare ed accrescere le più sacre e legittime prerogative di tutti. Ma fra noi popoli servi, che non abbiamo tribuni, chi altri mai ci potrà insegnare a conoscere i nostri diritti, a ripigliarcegli, e a difenderli, se ciò gli scrittori non fanno? e se le lettere, più che ad ogni altra cosa, a questa non giovano; se anzi, fattesi esse ministre di falsità e di lordura, sotto un aspetto pur tanto diverso dalla loro naturale istituzioni primitiva, si veggono appiè del trono in un col servaggio nel fango bruttate; non debbono elle giustamente venir reputate dai popoli per una delle più fetide pesti delle lor società? le sacre lettere, che di tanto traviate, riduconsi pure ad insegnare laudare e proteggere il falso, con quell'arte e lusinga così possente ognora su gli uomini tutti, la elegante eloquenza. Ciascuno militi nel mondo sotto le proprie insegne. L'interesse e lo scopo dei principi si è il comandare quanto più essi possono; e, per ottener tal vittoria, incontro ai popoli schierano l'ignoranza e gli eserciti. L'interesse e lo scopo dei popoli, (e il solo degno di loro) si è, o dev'essere, il valersi di tutte le proprie facoltà pel maggior vantaggio di ciascun individuo e di tutti; ma a questo alto scopo manifestamente si oppone il cieco obbedire ad un solo. Dunque, infin che venga quel giorno, in cui contra i principeschi satelliti schierare si possano degli uomini cittadini, e distruggerli, incontro alla principesca ignoranza in copia schierar vi si debbono arditi e veraci scrittori, che ai tremanti loro conservi insegnino a farsi uomini e cittadini; e che ai tremanti principi ricordino, che, per se soli, degli uomini tutti i minori son essi.

Gli arditi e veraci scrittori son dunque gli onorati, naturali e sublimi tribuni dei non liberi popoli. Eletti a così alto incarico dalla sola forza del natural loro impulso, sotto mille forme diverse, ma tutte calde convincenti ed energiche, appresentano e scolpiscono nel cuor di quei popoli l'amor del vero, del grande, dell'utile, del retto, e della libertà, che necessariamente da questi tutti deriva. Il teatro, la storia, i poemi, l'eloquenza oratoria, le lettere tutte in somma, e sotto gli aspetti tutti, una vivissima scuola divengono di virtù, e di libertà. Proibiti, è vero, e impediti, e perseguitati verranno tai libri; ma quindi letti saranno, e meditati, e giovevoli. Tutto penetra nei presenti tempi; e se finora le verità tutte non si sono fatte la dovuta strada, si dee ascrivere al timore, o al non bastante ingegno di chi assunto si era di svelarle. Ma principalmente ascrivere si debbe questo indugio di verità e di luce, a un deplorabile errore di alcuni moderni sommi scrittori, che licenziosi e non liberi, anzi degni fabri di servitù, il loro ardire piuttosto rivolgeano ad offendere con laidezze i costumi, come se abbastanza corrotti non fossero; ovvero tutte le loro deboli forze rivolgeano a schernire ad abbattere una religione per la sua fievolezza e vecchiaja già vinta; una religione, i di cui abusi non possono nuocere senza il principe che gli acconsenta e fomenti; e i di cui abusi nuocono sempre assai meno di lui.

Ma questi veri tribuni-scrittori, tanto più alto ufficio si assumerebbero, e ne verrebbero a conseguire una gloria tanto maggiore a quella degli antichi tribuni, quanto a ciò eleggendosi da se stessi, non ad un solo popolo intendono di giovare, ma ai popoli tutti; non ai loro soli coetanei, ma alle più remote generazioni. E da questo aspetto delle lettere (nuovo affatto per noi, ma antico per esse, e sacro, e solo veramente legittimo e delle lettere degno) nascerne di necessità col tempo ne dovrebbe un nuovo aspetto di governi e di popoli.

L'opinione è la innegabile signora del mondo. L'opinione è sempre figlia in origine di una tal qual persuasione, e non mai della forza. Ora, chi negarmi ardirà, che gli eccellenti scrittori non siano stati sempre assai più fabri e padroni dell'opinione a lungo andare, che i principi? Ragionano quelli, e sforzano questi: ma la verità, allorchè vien presentata sotto forme intelligibili da ogni classe di uomini, può penetrare in ogni uomo, e diventa ella quindi propria di tutti: all'incontro la forza del principe, che per via del timore penetra pur anche nel cuore di tutti, e l'abborrimento e la rabbia vi genera, in chi sta ella riposta questa sì temuta forza, fuorchè nel volere di tutti, o dei più? Ora, io domando; Come potrà esser mai, che i tutti, od i più, conoscendo essi appieno la ragione ed il vero, vorranno pure far male, paura, e danno a se stessi, per giovare ad un solo? il qual uno, dalla stessa ragione vien loro rappresentato e dimostrato pel loro primo oppressore e nemico: ed impotente, e sprezzabile, e risibil nemico, ogniqualvolta i tutti, od i più, con la loro ignoranza e cecità non lo avvalorino essi soli. Tali per l'appunto venivano reputati i re da ogni più infimo popolano di Roma nei tempi sublimi della repubblica: e di un così retto giudizio cagione sola ne era pur l'opinione, la quale, per via di libertà e dei tribuni, era stata infino nei più infimi felicemente trasfusa. La ragione dunque e la verità, per via di scrittori penetrando infino al più infimo di noi, tosto verremo a riguardare i re tutti per quello appunto ch'ei sono. E in una moltitudine d'uomini, dal veramente conoscere i proprj diritti al ripigliarseli e difenderli, egli è brevissimo il passo.

Ma tanta, a parer mio, può essere l'influenza degli eccellenti scrittori su la opinione, ch'io ardisco asserire, che se Roma, oltre i salutari censori che tanto l'accrebbero, e tanto ne prolungarono là virtù e la vita, avesse anche instituito con grandi onori un magistrato composto dei più sublimi scrittori riconosciuti già tali, e consacrati d'allora in poi unicamente allo scrivere; e se, mostrando così di farne grandissima stima, avesse Roma rivolto una parte dei sublimi naturali ingegni a ricercare la gloria scrivendo; così fatti magistrati scrittori, coi libri loro più durevoli e convincenti che le tribunizie concioni nel foro, avrebbero combattuto in tanti modi e con sì forti armi il nascente lusso, la insaziabile avidità d'impero, la venalità dei magistrati, e tutti gli altri abusi in somma che a precipitosa rovina la traevano, che la vera repubblica sarebbe forse durata assai più. E di grazia si rifletta, che se a Cesare già oltre il Rubicone varcato altro più non si poteva opporre che armi civili, o servile obbedienza; a Cesare giovinetto ancora, agli individui degli eserciti suoi, come altresì a Mario a Silla ed ai loro eserciti, e, più tempo addietro, alle violenti risse dei Gracchi; a tutte queste rovinose pesti si sarebbe forse potuta vittoriosamente opporre la forza della sana opinione, se maestrevolmente ella fosse stata conservata, rinnovellata, e corroborata dai continui ed alti insegnamenti della ragione e del vero, che sotto infinite forme fatti penetrare dai molti eccellenti scrittori fin nel più infimo cittadino di Roma, tutti nel dritto sentiero rattenuti più a lungo gli avrebbero. E si noti per cosa certissima, che la influenza degli scritti, allorchè tendono a rinnovare o confermare una sana opinione, riesce molto superiore al poter delle leggi; appunto perchè il libro cortesemente soggioga col solo convincere, e la legge duramente fa forza coll'assolutamente costringere. Io perciò mi riprometterei piuttosto di pervenire più brevemente e efficacemente a innestare nel cuore di una moltitudine una qualunque verità, porgendogliela replicatamente per via di diletto in una teatrale rappresentazione da tutti intesa e gustata, che non per via di una diretta concione, e molto meno per via di una costringente, ancor che giusta e legittima legge.

La ragione ed il vero sono quei tali conquistatori, che, per vincere e conquistare durevolmente, nessun'altra arme debbono adoperare, che le semplici parole. Perciò le religioni diverse, e la cieca obbedienza, si sono sempre insegnate coll'armi; ma la sana filosofia e i moderati governi, coi libri.



CAPITOLO UNDECIMO

Esortazione a liberar la italia dai barbari. (9)

Ma, tra quante schiave contrade nella Europa rimiro, nessuna al nuovo aspetto delle lettere potrebbe più facilmente (a parer mio) assumere un nuovo aspetto politico, che la nostra Italia. Non so, se l'esservi io nato di ciò mi lusinga: ma, ragionando coi fatti, codesta penisoletta è pur quella, che da prima conquistava con l'armi quasi tutto il rimanente del mondo allora conosciuto, e che, conquistando, libera nondimeno ad un tempo rimanea; esempio unico nelle storie. Ed era pure la stessa Italia, quella che, più secoli dopo, tutto di rimanente di Europa illuminava colle lettere e scienze, ricovrate, a dire il vero, di Grecia, ma ben altrimenti oltre ai monti trasmesse, da quelle che d'oltremare ricevute si fossero. Ed è pur dessa, che il rimanente d'Europa ringentiliva dappoi con tutte le divine belle arti, più assai riprocreate da lei, che imitate. Ed è pur quella in fine, che stanca, vecchia, battuta, avvilita, e di tutte altre superiorità dispogliata, tante altre nazioni ancor governava, e atterriva per tanti anni, colla sola astuzia ed ingegno tributarie rendendole. Questi quattro modi con cui la Italia signoreggiava tutte l'altre regioni, abbracciano tutte le umane facoltà e virtù; e fanno indubitabile vivissima prova, che fra i suoi abitatori vi è stata in ogni tempo una assai maggior copia di quei bollenti animi, che spinti da impulso naturale la gloria cercavano nelle altissime imprese; e che diversa, secondo i diversi tempi, ma sempre pur somma riuscivano a procacciarsela. Che più? la moderna Italia, nell'apice della sua viltà e nullità, mi manifesta e dimostra ancora (e il deggio pur dire?) agli enormi e sublimi delitti che tutto dì vi si van commettendo, ch'ella, anche adesso, più che ogni altra contrada d'Europa, abbonda di caldi e ferocissimi spiriti, a cui nulla manca per fare alte cose, che il campo ed i mezzi. Ma il primo dei mezzi ad ogni alto ben fare essendo la verità e la ragione appien conosciute e fortemente sentite, agli italiani scrittori si aspetta per ora di procacciare ai loro conservi per via di un tal mezzo tutti gli altri: alla giusta e nobile ira dei drittamente rinferociti e illuminati popoli si aspetta poscia il procacciarsi e campo e vittoria.

L'Italia è dunque stata sotto tutti gli aspetti ciò che non sono finora mai state l'altre regioni del globo. E ciò attesta, che gli uomini suoi, considerati come semplici piante, di più robusta tempra vi nasceano: e le piante, nello stesso terreno, rinascono pur sempre le stesse, ancorchè per alcun tempo le disnaturi a forza il malvagio cultore. Parmi in oltre, che l'Italia dal presente suo stato politico possa, più che niun'altra regione di Europa, ricever favore. Divisa in molti principati, e debolissimi tutti, avendone uno nel suo bel centro, che sta per finire, e che occupa la miglior parte di essa, non potrà certamente andare a lungo, senza riunirsi almeno sotto due soli principi, che o per matrimonj dappoi, o per conquista, si ridurranno in uno. Quell'uno poscia, come potentissimo, oltre ogni limite abusando anche in casa del suo eccessivo potere, dagli Italiani (che allora riuniti tutti ed illuminati avranno imparato a far corpo ed a credersi un solo popolo) dagli Italiani riuniti verrà poi allora quell'uno, e la sua fatale unità, abolito, e per molte generazioni abborrito e proscritto. L'Italia in oltre, ha sempre racchiuse in se stessa (più per non scordarsene affatto il nome, che per goderne i vantaggi) alcune repubbliche, le quali benchè affatto lontane da ogni vera libertà, avranno però sempre insegnato agli Italiani, che esistere pur si può senza re; cosa, di cui la colta ma troppo guasta Francia non ardirà forse mai persuadersi. (10) L'Italia non è spogliata affatto, nè lo è stata mai, di un certo amore del grande e del bello, che ad altro manifestar non potendosi, traluce pure nei suoi moderni sontuosi edifizj, così privati che pubblici. Serbano gl'Italiani una certa fierezza di carattere, ancorchè mista di servile viltà; e misto al timore della oppressione serbano un certo generoso implacabile sdegno contro all'oppressore; onde essi incensano sì, e si prosternano all'assoluto potere, ma lo esecutore di esso ne sfuggono sempre, ed in cuor l'abborriscono. Gl'Italiani in ciò sono affatto diversi dai Francesi. Questi, come nazion militare, con una minore apparente viltà corteggiano il re, ma con assai maggiore avvilimento il principato vezzeggiano, ed il principe adorano. Tutti questi sovrammentovati piccioli sintomi di addormentato, ma non estinto grand'animo, credere mi fanno, e sperare, e ardentissimamente bramare, che gl'Italiani siano per essere i primi a dare in Europa questo nuovo, dignitoso, e veramente importante aspetto alle lettere; ed i primi (come è ben giusto) a ricevere poscia da esse un nuovo e grandioso aspetto di politica durevole società.

E il credere, o il dire, che quanto già è stato fatto dagli uomini, non si possa più da altri uomini rifare, e massimamente in quello stesso terreno, è questo un assurdo e debole assioma; è questa la solita e ottusa arme dei timidi e vili ingegni, che impossibile affermano tutto ciò ch'essi non possono, e la loro inferma vista non estendono più là, che a una o due sole generazioni di uomini. Ma, così certamente non vede colui che sente e riflette davvero. Questi, se egli romano nasce nei divini tempi dei Decj e dei Regoli, già piange in se stesso nel vedere i lontani corrotti nepoti di quelli, che, per la successione naturale delle cose, peggiori nascendo, fra pochi secoli la repubblica in perdizion manderanno. Ma, se egli al contrario, nella presente Roma si trova esser nato, si allegra ed innalza in se stesso, nel rimirare col tempo i Decj risorti ed i Regoli; stante che tutto ciò che ha potuto essere, può ritornare e sarà: e al colmo della sua nullità essendo giunta quasi oramai la moderna Italia, non potrà fra breve se non retrocedere.

Io dunque finirò questo capitolo con un assioma affatto diverso da quello dei più; ed è: Che la virtù è quella tal cosa, più ch'altra, cui il molto laudarla, lo insegnarla, amarla, sperarla, e volerla, la fanno pur essere; e che null'altro la rende impossibile, quanto l'obbrobriosamente reputarla impossibile.



CAPITOLO DUODECIMO

Ricapitolazione dei tre libri, e conclusione dell'opera.

Ma, giunto son io a quel segno oramai, oltre cui questo presente mio tema non comporta il trascorrere. Onde, tutti gl'immensi effetti, che dalle qui proposte lettere e dai loro scrittori e leggitori deriverebbero, immaginare li lascio dalla fervida fantasia, e dal dritto umano desiderio di chi caldamente avrà letto questo mio libricciuolo; il quale da nessun'altra dottrina nè impulso nasceva, fuorchè dall'amor del bello, dell'utile, e del retto.

Riepilogando intanto in brevissime parole il contenuto di questi tre libri, conchiudo: Che le sublimi lettere (che altro non possono essere fuorchè la verità sotto mille diverse forme rappresentata) in tutto si assomigliano nelle loro vicende ai veri virtuosi costumi, di cui nel principato si parla. Questi ogni giorno si vedono con risibili leggi venir comandati dal principe, mentre che egli, colla influenza del principato, tacitamente sempre li corrompe e distrugge. Così, col protegger le lettere, risibilmente ed invano comanda il principe agli scrittori di farsi sublimi; perchè la mercede che da esso ritraggono, necessariamente da ogni vera sublimità di pensieri gli svia; e quindi le vere lettere invilite rimangono, o poste in silenzio. Che se elle schiettamente parlare potessero ed ardissero, elle sì, più che il principe, riprocreare saprebbero col tempo quei virtuosi costumi, che il principe comanda e non vuole, nè può voler mai, poichè da essi soli dee nascere la intera cessazione del principato.

Il moderno principe dunque, il quale proteggendo le lettere le impedisce, fa l'arte sua, e la propria debolezza appieno conosce. Il letterato che proteggere si lascia, o egli propria forza non ha, ed è nato allora per essere letterato di principe; o l'ha, e non l'adopera, e traditor del vero, dell'arte, e di se, tanto più merita allora vitupéro, quanto era maggiore la gloria che egli acquistata sarebbesi sentendo e adoprando la sua propria forza.

Dovendo, in somma, lo scopo delle lettere essere il diletto bensì, ma non mai scompagnato dall'utile; non vi potendo esser utile, dove non è verità; e ogni moral verità essendo per se stessa nemica d'ogni potere illegittimo; conseguenza chiarissima e semplicissima da tutto ciò ne risulta: Che le vere lettere fiorire non possono se non se all'aura di libertà. La pubblica libertà, là dove ella è già collocata e stabilita su la base di savie leggi, proteggerle dovrebbe, e il potrebbe ella sola senza farle in nulla scapitare: ma forse, un libero governo non se ne sentendo un bisogno così incalzante, quanto ne l'hanno (senza punto sentirselo) i popoli servi, disgraziatamente la pubblica libertà non protegge le lettere, o debolissimamente le protegge. La privata libertà politica, e civile, e domestica, dell'individuo scrittore non bisognoso d'altro che di gloria, vien dunque veramente ad essere la prima, la sola, la incalzante e caldissima protettrice delle vere lettere: ed essa può sola procreare sublimi scrittori, che degni ad un tempo si facciano del sublime nome di cittadini.


FINE

Ignoscent, si quid peccavero stultus, amici.



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(1)  Abbandonato con poco mio onore il proprio scudo. ORAZIO, libro II, ode VII.
(2)  L'audace povertà mi spinse a far versi: ma se io mi ritrovava agiato, qual elleboro sarebbe mai bastato a guarirmi di tal mattezza, di non preferire il dolce sonno al far versi? ORAZIO, lib. II., Epist. II., ver. 51.
(3)  Giuro, che nè i Tarquinj, nè uomo altro nessuno lascerò io giammai in Roma regnare. LIVIO, lib. I.
(4)  L'opera meditata, e accurata, cresce fra i posteri; le facili e canore baje, col loro stesso scrittore si spengono. TACITO, Ann., lib. IV.
(5)  Altri popoli avranno più eccellenti oratori, che non ebbero i Romani. VIRGILIO, lib. VI, vers 850.
(6)  I Tarquinj re. VIRGILIO, lib. VI, vers. 818.
(7)  E il superbo animo di Bruto vendicatore. VIRGILIO, lib. VI, vers. 819.
(8)  E l'insaziabile desiderio di lode. VIRGILIO, lib. VI, vers. 824.
(9)  Così intitolò il divino Machiavello il suo ultimo capitolo del Principe; e non per altro si è qui ripetuto, se non per mostrare che in diversi modi si può ottenere lo stesso effetto.
(10)  Questo libro era scritto nel 1784.



EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Opere di Vittorio Alfieri", introduzione e scelta a cura di Vittore Branca, Mursia editore S.p.A, Milano 1979







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